lunedì 3 novembre 2008

Istruzione pubblica. A che punto siamo?


Facciamo un attimo il punto sulla situazione attuale riguardo alle "riforme" della scuola e dell'università imposte dal Governo Berlusconi.
Il decreto legge 137, recante disposizioni urgenti in materia di istruzione e università, è stato approvato definitivamente dal Senato il 29 ottobre 2008 ed è diventato legge dello stato. Questo significa che a partire dall'anno scolastico 2008/2009, il sistema scuola come è stato conosciuto da noi giovani cambierà completamente.
Accanto infatti alle misure puramente di facciata, come l'introduzione dell'insegnamento di "Cittadinanza e Costituzione" (la vecchia educazione civica), la valutazione del comportamento in decimi che andrà ad influire sul giudizio finale dello studente (per combattere la famigerata 'piaga' del bullismo) e la reintroduzione delle valutazioni di rendimento in decimi sia alle elementari che alle medie, la disposizione che ha destato le proteste di tutto il mondo della scuola è quella dell'articolo 4, che reintroduce l'insegnante unico nella scuola elementare (primaria).
La disposizione di legge fa riferimento testualmente all' 'insegnante unico', e non parla di insegnante prevalente, come invece hanno cercato di rettificare gli esponenti di governo. L'articolo parla inoltre di 24 ore settimanali di funzionamento delle classi, quindi di sole 4 ore al giorno dal lunedì al sabato, e non fa riferimento al tempo pieno, vera risorsa per tutte le famiglie, accennando invece ad un generico 'tempo scuola' da attuare su richiesta delle famiglie, sulla base delle risorse disponibili delle scuole., che però sono tagliate dalla finanziaria.
Dal momento che questa disposizione concretizza quanto disposto dalla legge finanziaria n.133 (art. 64) che taglia i fondi alle scuole pubbliche di 7 miliardi e 800 miliardi entro il 2012, se ne deduce che il tempo pieno è andato in soffitta, con le ricadute che essa avrà sull'organizzazione familiare, ma anche che dietro alla scelta del ritorno al maestro unico non ci sia nessuna valutazione di tipo pedagogico, ma una mera razionalizzazione delle risorse in ottica economica. Tutto l'opposto che dovrebbe basare una reale riforma scolastica, che va a colpire una istituzione, la scuola elementare, che riveste il ruolo d'eccellenza nel nostro paese (tanto da essere classificata dall'OCSE al 5 posto su scala mondiale).

Anche l'Università non è passata indenne da questa cura dimagrante: sebbene ci si ostini a dire che per "l'università non si è ancora fatto niente", la realtà è un'altra. Oltre alle disposizioni relative al valore abilitante per la professione della laurea in scienze della formazione e all'accesso alle scuole di specializzazione medica, l'università pubblica viene radicalmente definanziata attraverso la legge finanziaria n.133/2008, approvata in Agosto dal Parlamento, contenente "disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria". Si tratta, cioè, di una legge di riordinamento economico che ha lo scopo principale di tagliare i costi e le spese dovunque, e affonda dunque la sua lama in tutti i tipi di servizi sociali.
Tre sono essenzialmente le previsioni contestate:
  1. il taglio del Fondo di Finanziamento ordinario (FFO), i soldi che il Ministero dà alle Università per pagare gli stipendi (art. 64, comma 6), di una somma che si aggira intorno al miliardo e mezzo di euro nel giro di 5 anni, a partire dal 2010, con lo scopo di ottenere risparmi che vanno dal mezzo miliardo di euro per il 2009 ai 3 miliardi per il 2012. Questi sono soldi che vanno a coprire i buchi delle promesse elettorali dell'abolizione dell'Ici e del salvataggio di Alitalia (un altro gran pasticcio); oltre ai tagli della manovra finanziaria, ci sono anche le riduzioni delle varie missioni di spesa, cioè di un miliardo e mezzo i meno nel 2009 per la voce 'istruzione universitaria', un miliardo e 600 milioni in meno per la voce 'formazione post lauream', diminuzione del 60% del fondo per il diritto allo studio (borse di studio, agevolazioni per gli alloggi, prestiti d'onore);
  2. blocco del turn over del 20 per cento, secondo cui ogni 5 pensionati l'Università ne potrà assumere solo uno: questo va a discapito soprattutto dei i ricercatori precari che da anni aspettano di poter entrare in ruolo stabilmente ma che con questa norma vedranno innalzarsi un muro di fronte all'assunzione (art. 66);
  3. la facoltà delle Università di trasformarsi in fondazioni private, attraverso delibera di trasformazione votata dal senato Accademico e approvata con decreto dal Ministero dell'Istruzione; il trasferimento di beni e proprietà alle fondazioni sono esenti da tasse e imposte. (art.16)
Il disegno che ci sta alle spalle è chiaro, ed è una spallata all'università pubblica: infatti la riduzione dei finanziamenti ha come prima conseguenza naturale l'innalzamento delle tasse nei confronti degli studenti, con costi che graverebbero non poco sulle famiglie.
A questo aumento ci sarebbe però un limite: infatti PER LEGGE, il massimo imponibile di tasse è del 20 per cento del FFO, già raggiunto da molte università. Quindi le Università sarebbero costrette a vendersi al miglior offerente privato, pur di andare avanti. Sarebbe la privatizzazione del'Università pubblica. Inoltre queste fondazioni non avrebbero alcun limite nell'imposizione delle tasse, dal momento che proprio la legge 133 afferma che: "Le fondazioni universitarie adottano un regolamento di Ateneo per l'amministrazione, la finanza e la contabilità, anche in deroga alle norme dell'ordinamento contabile dello Stato e degli enti pubblici", inoltre avrebbero "autonomia gestionale, organizzativa e contabile, nel rispetto dei principi stabiliti dal presente articolo."
Inoltre le fondazioni, in quanto proprietarie dell'università, avrebbero la facoltà di decidere che corsi sospendere e quali mandare avanti, quante risorse investire nella ricerca e soprattutto in quale ricerca investirle, ovviamente nell'ottica del mero vantaggio aziendale.
Mi pare evidente che chi scende in piazza e protesta non lo fa per buon tempo, o perché è strumentalizzato o disinformato. Le conseguenze delineate da questo quadro sono devastanti: gli studenti iscritti potrebbero non essere in grado di terminare gli studi a causa dell'eccessivo costo che verrebbe ad assumere, chi esce dalle superiori sa a che costi deve andare incontro se vuole continuare a studiare (le attuali uni private navigano sui 10.000 euri l'anno, per dire...), non sarà più garantita una istruzione diffusa, ma pochi poli privati accessibili solo a determinate fasce benestanti della popolazione. Un salto indietro di decenni.
Ora sembra che l'esecutivo abbia fatto un passo indietro: forse la gente incazzata fa riflettere anche chi vuole andare avanti come un treno. Meglio così, si parla comunque di un disegno legge piuttosto che un decreto (ancora una volta era venuto loro in mente un bel colpo di mano), che contenga blocchi dei concorsi già indetti per professori associati e ricercatori e addirittura l'obbligo di ingresso delle fondazioni private nella gestione dell'Uni. Ma queste sono indiscrezioni, staremo a vedere.
E' indubbio che il sistema universitario sia malato, soprattutto dopo l'introduzione del 3+2 che ha influito molto sulla qualità della didattica; è vero che ci sono sprechi, anche se mi vien da ridere sentire che chi protesta sia a difesa della baronie e dello status quo, foraggiati da sempre non certo dagli studenti ma dalla logica clientelare della classe politica tutta; è vero che ci sia voglia di cambiamento nell'università, ma solo attraverso ipotesi di autoriforma e di coinvolgimento attivo di chi la vive si potrà giungere a soluzioni condivise, non certo con dei tagli a pioggia.

alla prossima, ilbaglio

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