martedì 25 novembre 2008
giovedì 20 novembre 2008
Bastone e carota.

Era un pò che il Ministro Alfano non ci deliziava con qualche sua genialata. Era scomparso dalla vista, se ben ricordo, dopo l'approvazione dell'ormai famigerato 'Lodo Alfano', che ha concessol'immunità processuale al suo padrone. Non male come biglietto da visita. Il posto da copertina però è stato da tempo conquistato dal altri Ministri del governo, tra cui le vallette Carfagna e Gelmini, che hanno costretto il Ministro della Giustizia nel dimenticatoio.
Nel mentre il nostro non se ne stava con le mani in mano, ma lavorava alacremente e diligentemente ad una proposta di disegno di legge da sottoporre al Consiglio dei Ministri. Dopo aver proposto, come soluzione per lo svuotamento delle carceri, l'introduzione del braccialetto elettronico (mezzo obsoleto e di zero efficacia) ed espulsioni, ha cambiato direzione ed ha preferito intervenire sulle norme del codice che disciplinano la sospensione condizionale della pena l'istituto della 'messa alla prova'.
Nel ddl Alfano sono presenti infatti due indirizzi che però vanno in direzioni diammetralmente opposte: da un lato infatti si vorrebbe riformare l'istituto della sospensione condizionale della pena, che oggi consente, in parole povere, di non far andare in carcere chi è alla prima grana giudiziaria. Il ddl prevede che, per fruirne, "il condannato assicuri un parziale ristoro alla collettività", attraverso lavori socialmente utili.
Quindi sospensione condizionale legata all'obbligo di lavori socialmente utili. Logica del bastone. Altrimenti carcere, anche per pene di breve entità, nell'ottica di concedere la sospensione senza avere nulla in cambio. La cosa non sarebbe male in sè, ma questa prospettiva si scontra con la situazione disastrata delle carceri italiane, nuovamente sovrappopolate e con una previsione nel marzo 2009 di 62 mila detenuti, come prima dell'indulto. E' evidente come, di fronte alla scelta se fare lavori socialmente utili o il carcere, la scelta del condannato vada necessariamente nella prima direzione, ma questo non risolve il problema di fondo della situazione carceraria italiana.
Ecco allora la 'carota' del disegno di legge, che rispolvera l'istituto pensato dal predecessore Mastella, la "messa in prova", ma raddoppia la massima pena prevista, dal momento che i reati compresi riguardano condanne fino a 4 anni. Chi rischia un processo, prima che cominci (fino al rinvio a giudizio), può chiedere al giudice "d'essere messo alla prova" in cambio di un lavoro socialmente utile. Che alla fine, se la prova ve bene, cancellerà tutto, il processo e pure il reato.
L'istituto della messa in prova è tutt'oggi vigente nei processi penali minorili; se però è concepibile un'istituto del genere per minorenni, cui è meglio far evitare il trauma del processo e del carcere per evitare di influire negativamente sulle loro esperienze già segnate dalla devianza, in un 'ottica prettamente rieducativa, lo stesso è più di difficile da affermare per persone adulte. Anche perché il Ministro sembra essere caduto nel solito vizietto, cioè quello di inserire, con l'apposizione del limite dei 4 anni, una lunghissima lista di reati, dalla corruzione semplice (punita fino a tre anni), ai falsi in bilancio, che rischiano d'essere lavati via senza un giorno di cella. Processi evitati per reati odiosi come frodi in commercio, manovre speculative, ma pure per un attentato ad impianti di pubblica utilità, per furti non aggravati, danneggiamenti, usura impropria, appropriazione indebita, omissione di soccorso, per finire alle violenze private. E dire che, nella relazione, si citano "reati di criminalità medio-piccola" per cui "l'esito della messa in prova estingue il reato". In qualsiasi modo la si voglia chiamare, si tratterebbe di una vera e propria amnistia per questo tipo di reati, che inoltre non lascerebbero traccia sulla fedina penale, questo significa l'estinzione del reato. A sfruttare al meglio le misure sarà chi, grazie a un lavoro di prestigio o a mezzi economici, potrà pagarsi un famoso avvocato e ottenere da Comuni e Regioni i lavori migliori, dal momento che viene delegata agli enti local la predisposizione di questi programmi.
Anche nella famosa legge blocca-processi, poi ritirata, l'obiettivo era comunque quello di inserire questa tipologia di reati, tipici dei colletti bianchi, tra i processi da bloccare.
Per adesso c'è stata la levata di scudi di Lega e An di fronte a queste proposta, dal momento che sarebbe difficile far capire come provvedimenti del genere si coniughino con la tolleranza zero, pensiero unico che domina le politiche di sicurezza.
A me piacerebbe che fosse fatto un altro passo in questo ragionamento: capire come i provvedimenti di sicurezza in via di approvazione possano influire sulla nostra, di sicurezza.
alla prossima, ilbaglio
fonte la Repubblica
Nel mentre il nostro non se ne stava con le mani in mano, ma lavorava alacremente e diligentemente ad una proposta di disegno di legge da sottoporre al Consiglio dei Ministri. Dopo aver proposto, come soluzione per lo svuotamento delle carceri, l'introduzione del braccialetto elettronico (mezzo obsoleto e di zero efficacia) ed espulsioni, ha cambiato direzione ed ha preferito intervenire sulle norme del codice che disciplinano la sospensione condizionale della pena l'istituto della 'messa alla prova'.
Nel ddl Alfano sono presenti infatti due indirizzi che però vanno in direzioni diammetralmente opposte: da un lato infatti si vorrebbe riformare l'istituto della sospensione condizionale della pena, che oggi consente, in parole povere, di non far andare in carcere chi è alla prima grana giudiziaria. Il ddl prevede che, per fruirne, "il condannato assicuri un parziale ristoro alla collettività", attraverso lavori socialmente utili.
Quindi sospensione condizionale legata all'obbligo di lavori socialmente utili. Logica del bastone. Altrimenti carcere, anche per pene di breve entità, nell'ottica di concedere la sospensione senza avere nulla in cambio. La cosa non sarebbe male in sè, ma questa prospettiva si scontra con la situazione disastrata delle carceri italiane, nuovamente sovrappopolate e con una previsione nel marzo 2009 di 62 mila detenuti, come prima dell'indulto. E' evidente come, di fronte alla scelta se fare lavori socialmente utili o il carcere, la scelta del condannato vada necessariamente nella prima direzione, ma questo non risolve il problema di fondo della situazione carceraria italiana.
Ecco allora la 'carota' del disegno di legge, che rispolvera l'istituto pensato dal predecessore Mastella, la "messa in prova", ma raddoppia la massima pena prevista, dal momento che i reati compresi riguardano condanne fino a 4 anni. Chi rischia un processo, prima che cominci (fino al rinvio a giudizio), può chiedere al giudice "d'essere messo alla prova" in cambio di un lavoro socialmente utile. Che alla fine, se la prova ve bene, cancellerà tutto, il processo e pure il reato.
L'istituto della messa in prova è tutt'oggi vigente nei processi penali minorili; se però è concepibile un'istituto del genere per minorenni, cui è meglio far evitare il trauma del processo e del carcere per evitare di influire negativamente sulle loro esperienze già segnate dalla devianza, in un 'ottica prettamente rieducativa, lo stesso è più di difficile da affermare per persone adulte. Anche perché il Ministro sembra essere caduto nel solito vizietto, cioè quello di inserire, con l'apposizione del limite dei 4 anni, una lunghissima lista di reati, dalla corruzione semplice (punita fino a tre anni), ai falsi in bilancio, che rischiano d'essere lavati via senza un giorno di cella. Processi evitati per reati odiosi come frodi in commercio, manovre speculative, ma pure per un attentato ad impianti di pubblica utilità, per furti non aggravati, danneggiamenti, usura impropria, appropriazione indebita, omissione di soccorso, per finire alle violenze private. E dire che, nella relazione, si citano "reati di criminalità medio-piccola" per cui "l'esito della messa in prova estingue il reato". In qualsiasi modo la si voglia chiamare, si tratterebbe di una vera e propria amnistia per questo tipo di reati, che inoltre non lascerebbero traccia sulla fedina penale, questo significa l'estinzione del reato. A sfruttare al meglio le misure sarà chi, grazie a un lavoro di prestigio o a mezzi economici, potrà pagarsi un famoso avvocato e ottenere da Comuni e Regioni i lavori migliori, dal momento che viene delegata agli enti local la predisposizione di questi programmi.
Anche nella famosa legge blocca-processi, poi ritirata, l'obiettivo era comunque quello di inserire questa tipologia di reati, tipici dei colletti bianchi, tra i processi da bloccare.
Per adesso c'è stata la levata di scudi di Lega e An di fronte a queste proposta, dal momento che sarebbe difficile far capire come provvedimenti del genere si coniughino con la tolleranza zero, pensiero unico che domina le politiche di sicurezza.
A me piacerebbe che fosse fatto un altro passo in questo ragionamento: capire come i provvedimenti di sicurezza in via di approvazione possano influire sulla nostra, di sicurezza.
alla prossima, ilbaglio
fonte la Repubblica
martedì 18 novembre 2008
lunedì 17 novembre 2008
Casco e manganello

Oggi il Capo della Polizia, inviando una lettera a Repubblica, ha affermato "che il Paese abbia bisogno di spiegazioni su quel che realmente accadde a Genova. L'Istituzione, attraverso di me, si muove e si muoverà a tal fine senza alcuna riserva, non attraverso proclami via stampa, ma nelle sedi istituzionali e costituzionali", mostrando quindi, almeno a parole, una breccia nel muro di omertà che ha caratterizzato l'atteggiamento dei vertici di Polizia dal G8 di Genova ad oggi, riguardo ai fatti di quei giorni.
L'intento di Manganelli è nobile, ma credo che sarà difficile finché nella Polizia esisteranno e lavoreranno persone come Vincenzo Canterini. L'ex-comandante del VII reparto mobile della Celere, quelli che di fatto sono entrati e hanno pestato, insultato, ferito 83 persone, mandandone in coma 3 nell'irruzione alla Diaz. Adesso è funzionario per l'INTERPOL in Romania, ovviamente promosso, ma allontanato, dopo i fatti di Genova.
Anche Canterini ha scritto una lettera ai suoi 'ragazzi', che rende bene quale sia il clima e la mentalità all'interno di certi reparti delle FdO, specialmente quelli deputati all'ordine pubblico.
"Cari ragazzi del VII Nucleo,
l'anno 1999 fu un anno importante per il Reparto Mobile di Roma, infatti unitamente ai normali, gravosi e spesso pericolosi compiti che normalmente svolgevamo in ambito di Ordine Pubblico, ricevemmo l'importante incarico di prepararci per l'impegnativo appuntamento del G8 che si sarebbe tenuto a Genova.
Ricevemmo un incarico similare per quanto riguardava tutti gli altri Reparti del Paese che a scaglioni vennero da noi e si addestrarono con il nostro stesso entusiasmo. Ricorderete senza dubbio l'atmosfera di quei giorni, si lavorava duramente e in amicizia, eravamo un gruppo ( seppur numeroso ) estremamente sereno ed unito. Chi scrive aveva spesso l'orgoglio di mostrare a tutti coloro che venivano al Reparto il grado di addestramento che avevamo raggiunto ed i progressi che stavamo facendo.
In effetti, se ben ricorderete, eravamo consapevoli di quanto era importante quello che ci era stato ordinato di fare, perchè, nella nostra esperienza e nella nostra convinzione, sapevamo benissimo che poliziotti addestrati e mentalmente preparati sarebbero stati una garanzia soprattutto per la corretta difesa dei cittadini oltre che per la nostra incolumità.
Arrivati a Genova ci siamo messi a fare servizio nelle condizioni di disagio e di pericolo che ci aspettavamo. Abbiamo avuto i nostri feriti, i nostri ustionati e, seguendo quasi un istinto che forse trascendeva dal semplice Dovere Istituzionale, abbiamo buttato il cuore oltre l'ostacolo profondendo il nostro corpo e le nostre energie nel contrasto ad individui mascherati, violenti ed organizzati, quanto e forse meglio di noi.
Dopo 18 ore di servizio siamo stati richiamati di nuovo all'opera e ci è stato ordinato di entrare in piena notte, in un edificio che non conoscevamo, dicendoci che probabilmente vi avremmo trovato occupanti pericolosi ed armati.
Io e voi sappiamo benissimo quello che è successo, ci siamo guardati più volte negli occhi; e guardandoci abbiamo capito quanto fosse alta la nostra professionalità e quanto il CAMERATISMO e la dignità di ognuno di noi si riflettesse nello sguardo di tutti gli altri.
Abbiamo perso una battaglia; ma quante volte ci siamo sentiti umiliati e forse traditi, quante volte chi ci aggrediva pensava di averci sopraffatto e poi si accorgeva che invece eravamo vivi e fieri di essere noi; quante volte abbiamo fatto in modo, anche se feriti nel corpo e nell'animo di dimostrare loro che i perdenti non eravamo noi, ma loro, che pensavano con la violenza ed il sopruso di poterci definitivamente sovrastare. Lasciamo tutte queste persone nei loro passamontagna e con i loro bastoni, diamogli l'illusione di aver vinto e FACCIAMOGLI VEDERE che alla lunga saremo noi a vincere e potremo guardare loro negli occhi non con odio, ma con la serena consapevolezza della nostra innocenza.
Coraggio ragazzi, il vostro Comandante vi è vicino ed ancora indossa il casco e impugna il manganello insieme a voi. Ancora non ci hanno messo a terra."
A mio modo di vedere, questa lettera ripropone l'atteggiamento e le menzogne potate avanti in questi anni: rivendica uno spirito di copro omertoso, è un avvertimento alle gerarchie che avrebbero abbandonato il "Reparto" al loro destino.
La verità è che nella Diaz non c'è stata nessuna colluttazione, non fu trovato nessun passamontagna, nessun bastone, nessuna catena, nessun maglio spaccapietre (come accreditò una sua relazione di servizio). La verità è che nessuno dei picchiatori di Canterini fu ferito (anche questo giurò) e i referti medici furono tutti manipolati.
Questa non è la lettera di un poliziotto, ovvero di un funzionario che ha il compito di difendere la legalità, che vede nel cittadino una persona da tutelare, che mantiene il giusto distacco e si pone al di sopra delle parti. Questa è la lettera di un combattente che si è scelto un nemico e lo deve annientare. Così Canterini si rivolge ai suoi, non come un comandante legittimato dal suo mandato, ma come un guerrigliero, anzi, visto il riferimento al cameratismo, diciamo pure un gerarca.
Rivendicando con arroganza la violenza indiscriminata.
alla prossima, ilbaglio
L'intento di Manganelli è nobile, ma credo che sarà difficile finché nella Polizia esisteranno e lavoreranno persone come Vincenzo Canterini. L'ex-comandante del VII reparto mobile della Celere, quelli che di fatto sono entrati e hanno pestato, insultato, ferito 83 persone, mandandone in coma 3 nell'irruzione alla Diaz. Adesso è funzionario per l'INTERPOL in Romania, ovviamente promosso, ma allontanato, dopo i fatti di Genova.
Anche Canterini ha scritto una lettera ai suoi 'ragazzi', che rende bene quale sia il clima e la mentalità all'interno di certi reparti delle FdO, specialmente quelli deputati all'ordine pubblico.
"Cari ragazzi del VII Nucleo,
l'anno 1999 fu un anno importante per il Reparto Mobile di Roma, infatti unitamente ai normali, gravosi e spesso pericolosi compiti che normalmente svolgevamo in ambito di Ordine Pubblico, ricevemmo l'importante incarico di prepararci per l'impegnativo appuntamento del G8 che si sarebbe tenuto a Genova.
Ricevemmo un incarico similare per quanto riguardava tutti gli altri Reparti del Paese che a scaglioni vennero da noi e si addestrarono con il nostro stesso entusiasmo. Ricorderete senza dubbio l'atmosfera di quei giorni, si lavorava duramente e in amicizia, eravamo un gruppo ( seppur numeroso ) estremamente sereno ed unito. Chi scrive aveva spesso l'orgoglio di mostrare a tutti coloro che venivano al Reparto il grado di addestramento che avevamo raggiunto ed i progressi che stavamo facendo.
In effetti, se ben ricorderete, eravamo consapevoli di quanto era importante quello che ci era stato ordinato di fare, perchè, nella nostra esperienza e nella nostra convinzione, sapevamo benissimo che poliziotti addestrati e mentalmente preparati sarebbero stati una garanzia soprattutto per la corretta difesa dei cittadini oltre che per la nostra incolumità.
Arrivati a Genova ci siamo messi a fare servizio nelle condizioni di disagio e di pericolo che ci aspettavamo. Abbiamo avuto i nostri feriti, i nostri ustionati e, seguendo quasi un istinto che forse trascendeva dal semplice Dovere Istituzionale, abbiamo buttato il cuore oltre l'ostacolo profondendo il nostro corpo e le nostre energie nel contrasto ad individui mascherati, violenti ed organizzati, quanto e forse meglio di noi.
Dopo 18 ore di servizio siamo stati richiamati di nuovo all'opera e ci è stato ordinato di entrare in piena notte, in un edificio che non conoscevamo, dicendoci che probabilmente vi avremmo trovato occupanti pericolosi ed armati.
Io e voi sappiamo benissimo quello che è successo, ci siamo guardati più volte negli occhi; e guardandoci abbiamo capito quanto fosse alta la nostra professionalità e quanto il CAMERATISMO e la dignità di ognuno di noi si riflettesse nello sguardo di tutti gli altri.
Abbiamo perso una battaglia; ma quante volte ci siamo sentiti umiliati e forse traditi, quante volte chi ci aggrediva pensava di averci sopraffatto e poi si accorgeva che invece eravamo vivi e fieri di essere noi; quante volte abbiamo fatto in modo, anche se feriti nel corpo e nell'animo di dimostrare loro che i perdenti non eravamo noi, ma loro, che pensavano con la violenza ed il sopruso di poterci definitivamente sovrastare. Lasciamo tutte queste persone nei loro passamontagna e con i loro bastoni, diamogli l'illusione di aver vinto e FACCIAMOGLI VEDERE che alla lunga saremo noi a vincere e potremo guardare loro negli occhi non con odio, ma con la serena consapevolezza della nostra innocenza.
Coraggio ragazzi, il vostro Comandante vi è vicino ed ancora indossa il casco e impugna il manganello insieme a voi. Ancora non ci hanno messo a terra."
A mio modo di vedere, questa lettera ripropone l'atteggiamento e le menzogne potate avanti in questi anni: rivendica uno spirito di copro omertoso, è un avvertimento alle gerarchie che avrebbero abbandonato il "Reparto" al loro destino.
La verità è che nella Diaz non c'è stata nessuna colluttazione, non fu trovato nessun passamontagna, nessun bastone, nessuna catena, nessun maglio spaccapietre (come accreditò una sua relazione di servizio). La verità è che nessuno dei picchiatori di Canterini fu ferito (anche questo giurò) e i referti medici furono tutti manipolati.
Questa non è la lettera di un poliziotto, ovvero di un funzionario che ha il compito di difendere la legalità, che vede nel cittadino una persona da tutelare, che mantiene il giusto distacco e si pone al di sopra delle parti. Questa è la lettera di un combattente che si è scelto un nemico e lo deve annientare. Così Canterini si rivolge ai suoi, non come un comandante legittimato dal suo mandato, ma come un guerrigliero, anzi, visto il riferimento al cameratismo, diciamo pure un gerarca.
Rivendicando con arroganza la violenza indiscriminata.
alla prossima, ilbaglio
La sentenza della Diaz

Sono passati un pò di giorni dalla sentenza di primo grado del tribunale di Genova nei confronti dei 29 appartenenti alle Forze dell'Ordine, di ogni ordine e grado, imputati per il blitz alla scuola Diaz la notte tra il 21 e il 22 luglio 2001. Incursione trasformatasi in una 'macelleria messicana', per usare un'espressione di un funzionario della polizia, Fournier, condannato a 2 anni.
Sono rimasto di sasso nel leggere le condanne e le assoluzioni, che di fatto non accertano le responsabilità della catena di comando che quella notte ha ordinato il blitz. Aspetto di leggere le motivazioni della sentenza per fare un commento più dettagliato, perchè voglio capire come di fronte alle immagini che hanno testimoniato la mattanza, alle prove falsificate per giustificare l'intervento, alle menzogne e alle omissioni si sia potuti arrivare ad una sentenza del genere.
Intanto posto un bell'articolo di Peter Gomez uscito con l'espresso di venerdì. Buona lettura.
La verità processuale non ci sarà mai. I reati, tutti i reati di cui erano accusati i 29 imputati per la «macelleria messicana» della scuola Diaz, andranno in prescrizione il prossimo anno. La legge ex Cirielli, approvata dal centro-destra nel 2005, manderà in fumo la possibilità di comprendere almeno nel processo d'appello cosa è esattamente accaduto a Genova durante la notte tra il 21 e il 22 luglio 2001, quando 93 manifestanti furono arrestati illegalmente dopo essere stati massacrati a colpi di manganello.
Restano però i fatti e il dispositivo di una sentenza che, già ora in attesa delle motivazioni, deve suggerire qualche ragionamento. È tragicamente ovvio che non solo i 13 condannati, tutti appartenenti al reparto mobile di Roma , siano gli unici responsabili di quella notte d'inferno. Gli agenti e i funzionari che sono entrati nella Diaz colpendo sistematicamente chiunque si trovasse nella scuola, erano molti di più. Ma la responsabilità penale è personale. E in un processo, in cui la stragrande maggioranza degli imputati si è avvalsa della facoltà di non rispondere, dare un nome e un volto non solo ai picchiatori, ma anche a tutti i presenti, è stato impossibile. Molti testimoni, per ovvio, ma non giustificabile, spirito di corpo, o per timore, hanno taciuto. E lo stesso ha fatto il Viminale che solo una settimana fa ha identificato un agente delle Digos, con i capelli raccolti in una «coda di cavallo lunga fino alla cintola» immortalato in molte foto e in molti filmati sull'irruzione. I vertici della Polizia aveva garantito che lo avrebbero fatto subito, ma da quel momento sono passati sei anni.
Le parti lese, i ragazzi che il Tribunale ha risarcito con somme ridicole (in media 4000 euro a testa contro il 20000 chiesti dall'accusa), sono state di scarso aiuto. L'assalto è avvenuto nel buio e soprattutto in Italia, al contrario di quando accade in molti altri paesi d'Europa, gli agenti non portano sulla divisa un numero identificativo chiaramente esposto. Questa riforma s'impone: non solo a tutela dei cittadini, ma anche delle forze dell'ordine. Se la politica non lo fa, vuol dire che accetta l'incidente di buon grado o, peggio, spera che accada.
Ma non basta. Perché i fatti dicono di più. Quella notte furono falsificate le prove. Due persone, un agente e un vicequestore, portarono alla Diaz due bottiglie molotov, poi utilizzate per tentare di dimostrare che davvero nella scuola ci dormivano i violenti. E per questo sono state condannate. Ora, un tribunale come quello di Genova può benissimo ritenere che quell'episodio, forse ancor più grave del massacro, si spieghi solo con un inganno ai danni dell'intera catena di comando della Polizia di Stato ordito, nella concitazione del momento, da due colleghi infedeli. O che la vergognosa vicenda non possa sfociare in altre condanne perché, di fronte alle fotografie che immortalano il sacchetto azzurro con le bottiglie incendiarie mentre passa di mano in mano, i vari funzionari hanno finito per dare versioni contraddittorie tra loro: inutili insomma per ricostruire, al di là di ogni ragionevole dubbio, la verità. Un tribunale pavido, può farlo e lo ha fatto. Ma l'opinione pubblica non lo può accettare.
LE CONDANNE
4 anni a Vicenzo Canterini, ex capo Reparto Mobile di Roma; 2 anni a Michelangelo Fournier, ex vice di Canterini; 3 anni a Fabrizio Basili, Ciro Tucci, Carlo Lucaroni, Emilio Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio Ledoti, Pietro Stranieri e Vincenzo Compagnone. 3 anni anche a Pietro Troiani; 2 anni e sei mesi a Michele Burgio; un mese a Luigi Fazio.
LE ASSOLUZIONI
Francesco Gratteri, ex capo dello Sco ora direttore dell'Anticrimine; Giovanni Luperi, ex vicedirettotre Ucigos, ora all'intelligence; Gilberto Caldarozzi, ex vicedirettore Sco e ora a capo del Servizio centrale operativo della Polizia; Spartaco Mortola, ex dirigente della Digos genovese,Filippo Ferri, Massimiliano Di Bernardini, Fabio Ciccimarra, Nando Dominici, Carlo Di Sarro, Massimo Mazzoni, Renzo Cerchi, Davide Di Novi, Massimo Nucera, Maurizio Panzieri, Salvatore Gava. Per Alfredo Fabbrocini i pm avevano chiesto l'assoluzione.
Peter Gomez
Sono rimasto di sasso nel leggere le condanne e le assoluzioni, che di fatto non accertano le responsabilità della catena di comando che quella notte ha ordinato il blitz. Aspetto di leggere le motivazioni della sentenza per fare un commento più dettagliato, perchè voglio capire come di fronte alle immagini che hanno testimoniato la mattanza, alle prove falsificate per giustificare l'intervento, alle menzogne e alle omissioni si sia potuti arrivare ad una sentenza del genere.
Intanto posto un bell'articolo di Peter Gomez uscito con l'espresso di venerdì. Buona lettura.
La sentenza della Diaz
La verità processuale non ci sarà mai. I reati, tutti i reati di cui erano accusati i 29 imputati per la «macelleria messicana» della scuola Diaz, andranno in prescrizione il prossimo anno. La legge ex Cirielli, approvata dal centro-destra nel 2005, manderà in fumo la possibilità di comprendere almeno nel processo d'appello cosa è esattamente accaduto a Genova durante la notte tra il 21 e il 22 luglio 2001, quando 93 manifestanti furono arrestati illegalmente dopo essere stati massacrati a colpi di manganello.
Restano però i fatti e il dispositivo di una sentenza che, già ora in attesa delle motivazioni, deve suggerire qualche ragionamento. È tragicamente ovvio che non solo i 13 condannati, tutti appartenenti al reparto mobile di Roma , siano gli unici responsabili di quella notte d'inferno. Gli agenti e i funzionari che sono entrati nella Diaz colpendo sistematicamente chiunque si trovasse nella scuola, erano molti di più. Ma la responsabilità penale è personale. E in un processo, in cui la stragrande maggioranza degli imputati si è avvalsa della facoltà di non rispondere, dare un nome e un volto non solo ai picchiatori, ma anche a tutti i presenti, è stato impossibile. Molti testimoni, per ovvio, ma non giustificabile, spirito di corpo, o per timore, hanno taciuto. E lo stesso ha fatto il Viminale che solo una settimana fa ha identificato un agente delle Digos, con i capelli raccolti in una «coda di cavallo lunga fino alla cintola» immortalato in molte foto e in molti filmati sull'irruzione. I vertici della Polizia aveva garantito che lo avrebbero fatto subito, ma da quel momento sono passati sei anni.
Le parti lese, i ragazzi che il Tribunale ha risarcito con somme ridicole (in media 4000 euro a testa contro il 20000 chiesti dall'accusa), sono state di scarso aiuto. L'assalto è avvenuto nel buio e soprattutto in Italia, al contrario di quando accade in molti altri paesi d'Europa, gli agenti non portano sulla divisa un numero identificativo chiaramente esposto. Questa riforma s'impone: non solo a tutela dei cittadini, ma anche delle forze dell'ordine. Se la politica non lo fa, vuol dire che accetta l'incidente di buon grado o, peggio, spera che accada.
Ma non basta. Perché i fatti dicono di più. Quella notte furono falsificate le prove. Due persone, un agente e un vicequestore, portarono alla Diaz due bottiglie molotov, poi utilizzate per tentare di dimostrare che davvero nella scuola ci dormivano i violenti. E per questo sono state condannate. Ora, un tribunale come quello di Genova può benissimo ritenere che quell'episodio, forse ancor più grave del massacro, si spieghi solo con un inganno ai danni dell'intera catena di comando della Polizia di Stato ordito, nella concitazione del momento, da due colleghi infedeli. O che la vergognosa vicenda non possa sfociare in altre condanne perché, di fronte alle fotografie che immortalano il sacchetto azzurro con le bottiglie incendiarie mentre passa di mano in mano, i vari funzionari hanno finito per dare versioni contraddittorie tra loro: inutili insomma per ricostruire, al di là di ogni ragionevole dubbio, la verità. Un tribunale pavido, può farlo e lo ha fatto. Ma l'opinione pubblica non lo può accettare.
LE CONDANNE
4 anni a Vicenzo Canterini, ex capo Reparto Mobile di Roma; 2 anni a Michelangelo Fournier, ex vice di Canterini; 3 anni a Fabrizio Basili, Ciro Tucci, Carlo Lucaroni, Emilio Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio Ledoti, Pietro Stranieri e Vincenzo Compagnone. 3 anni anche a Pietro Troiani; 2 anni e sei mesi a Michele Burgio; un mese a Luigi Fazio.
LE ASSOLUZIONI
Francesco Gratteri, ex capo dello Sco ora direttore dell'Anticrimine; Giovanni Luperi, ex vicedirettotre Ucigos, ora all'intelligence; Gilberto Caldarozzi, ex vicedirettore Sco e ora a capo del Servizio centrale operativo della Polizia; Spartaco Mortola, ex dirigente della Digos genovese,Filippo Ferri, Massimiliano Di Bernardini, Fabio Ciccimarra, Nando Dominici, Carlo Di Sarro, Massimo Mazzoni, Renzo Cerchi, Davide Di Novi, Massimo Nucera, Maurizio Panzieri, Salvatore Gava. Per Alfredo Fabbrocini i pm avevano chiesto l'assoluzione.
Peter Gomez
giovedì 13 novembre 2008
Non gli basta mai

I politici padani che scorrazzano tra le aule parlamentari di Roma Ladrona sembra abbiano deciso di sfogare le proprie peggiori pulsioni sul tema che ha qualificato negli anni la Lega Nord come 'il partito della sicurezza': la lotta all'immigrazione.
Un giorno mi piacerebbe che i vari Cota, Maroni, Castelli e compagnia bella spiegassero come il cittadino possa sentirsi più sicuro di fronte alle continue restrizioni imposte in ogni ambito della vita di una persona immigrata. Ci dovranno spiegare, un giorno, come le due cose possano essere correlate. Ma dovranno soprattutto capire, un giorno, che restringendo i canali legali di ingresso e permanenza nel nostro paese non si risolve il problema dell'immigrazione clandestina, per questi energumeni il padre di tutti i mali, ma non si fa altro che aumentarlo, dal momento che il bisogno che sta a monte della decisione di migrare resta tale e quale.
Ma vaglielo a spiegare agli artefici della tolleranza zero(per gli altri...).
Del Ddl 733 ho già parlato in un post precedente. La Lega ha presentato degli emendamenti che verrano discussi e votati in aula. Ritornano delle proposte normative che erano state accantonate in Commissione: ecco un breve elenco.
Blocco dei flussi di immigrati per due anni - Porte chiuse all'ingresso di stranieri in Italia per i prossimi due anni, prendendo come scusa addirittura la crisi che ha colpito l'economia mondiale. Il blocco impedirebbe l'ingresso regolare di extracomunitari nel territorio nazionale sulla linea di quanto prevede di fare la Spagna.
Permesso a punti anche per chi è già in Italia - Sarà esteso anche a chi ha già un regolare permesso di soggiorno l’“Accordo di integrazione” il cui funzionamento sarà disciplinato da un regolamento del Governo entro sei mesi dall'entrata in vigore della legge. E' il famoso permesso a punti che è già presente nel ddl per gli immigrati che devono sottoscrivere il permesso di soggiorno. Mi preme sottolineare la totale discrezionalità del Ministero nel porre in che modo e per cosa i punti andranno sottratti.
No al volto coperto in luoghi pubblici - Divieto di circolare per strada o farsi vedere in luoghi pubblici con il volto coperto. La proposta prevede, comunque, che sia consentito l'uso del velo o di un foulard anche per le foto dei documenti, «purché non nasconda completamente il volto». Per evitare di nascondere pericolose terroriste...
Obbligo di dimora ai clochard - Anche il domicilio dei senza fissa dimora, se passerà l'emendamento, dovrà essere accertato come avviene per tutti i cittadini. Non si tratta della fattispecie della “dimora abituale” ma di non consentire più ai clochard di avere solo un domicilio “virtuale”. Quindi oltre alla schedatura prevista dal ddl, che avrà conseguenze sulla iscrizione nei registri anagrafici e sul diritto a ricevere determinate prestazioni sociali e sanitarie, anche questa proposta paradossale. Un pò come la geniale idea della multa di 500 euro per chi mendica per strada...
“Risarcimento” a Lampedusa - Uno stanziamento di due milioni di euro per Lampedusa a titolo di “compensazione” e per il mantenimento del centro di primo soccorso e permanenza dell'isola, meta di continui sbarchi di immigrati. Ovviamente tutto a posto con la Libia, che, nonostante gli accordi presi e i soldi dati, non ha nessun interesse a impedire alle navi di disperati di salpare.
I clandestini pagheranno la Sanità - I migranti irregolari dovranno pagare ogni prestazione sanitaria, comprese quelle di pronto soccorso, come i cittadini italiani pagano il ticket. Il medico sarà obbligato a denunciare i migranti irregolari.
Ritorna così la norma che era stata accantonata in Commissione e che aveva scatenato le ire del mondo dell'associazionismo e di chi lavora quotidianamente in quest'ambito. La modifica dell'art. 35 del TU sull'immigrazione (D.Lgs 286/98) avrebbe come conseguenza effettiva la negazione del diritto alla salute ai clandestini, che mai avrebbero il coraggio di presentarsi dal medico per farsi curare, rischiando appunto la segnalazione. Si tornerebbe alla situazione di qualche hanno fa, quando la scarsa conoscenza delle norme frenava molto irregolari a rivolgersi ad un dottore. Questo nonostante la nostra Costituzione preveda che il diritto alla salute sia un diritto fondamentale dell'individuo (e non del solo cittadino), e nonostante i problemi per la collettività derivanti dal fatto che migranti non si possono far curare adeguatamente.
Inoltre si cerca di abolire le cure gratuite agli indigenti, altro principio previsto dalla Costituzione all'art. 32, prevedendo il pagamento di tutte le prestazioni. Sarebbe lo stravolgimento dell'art. 35 del TU, che afferma che: "3. Ai cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale, non in regola con le norme relative all'ingresso ed al soggiorno, sono assicurate, nei presìdi pubblici ed accreditati, le cure ambulatoriali ed ospedaliere urgenti o comunque essenziali, ancorché continuative, per malattia ed infortunio e sono estesi i programmi di medicina preventiva a salvaguardia della salute individuale e collettiva. Sono, in particolare garantiti:a) la tutela sociale della gravidanza e della maternità, a parità di trattamento con le cittadine italiane, ai sensi della L. 29 luglio 1975, n. 405, e della L. 22 maggio 1978, n. 194, e del decreto 6 marzo 1995 del Ministro della sanità, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 87 del 13 aprile 1995, a parità di trattamento con i cittadini italiani; b) la tutela della salute del minore in esecuzione della Convenzione sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva ai sensi della legge 27 maggio 1991, n. 176; c) le vaccinazioni secondo la normativa e nell'ambito di interventi di campagne di prevenzione collettiva autorizzati dalle regioni;d) gli interventi di profilassi internazionale;e) la profilassi, la diagnosi e la cura delle malattie infettive ed eventualmente bonifica dei relativi focolai.
4. Le prestazioni di cui al comma 3 sono erogate senza oneri a carico dei richiedenti qualora privi di risorse economiche sufficienti, fatte salve le quote di partecipazione alla spesa a parità con i cittadini italiani.
5. L'accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all'autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano.
6. Fermo restando il finanziamento delle prestazioni ospedaliere urgenti o comunque essenziali a carico del Ministero dell'interno, agli oneri recati dalle rimanenti prestazioni contemplate nel comma 3, nei confronti degli stranieri privi di risorse economiche sufficienti, si provvede nell'ambito delle disponibilità del Fondo sanitario nazionale, con corrispondente riduzione dei programmi riferiti agli interventi di emergenza. (ci ho fatto la tesi su sta roba!)
Residenza decennale per case popolari - Gli stranieri regolarmente in Italia dovranno dimostrare di avere un'anzianità di residenza di almeno 10 anni per accedere ai bandi di assegnazione delle case popolari. Il criterio di assegnazione delle case diventerebbe così la nazionalità e la residenza, e non tanto lo stato di bisogno in cui ci si trova, con evidente rischio di discriminazione.
Si può notare come orami la morsa che stringe gli immigrati in una condizione ulteriore di precarietà e vulnerabilità non è fatta solo nei confronti degli irregolari, soggetti ormai senza diritti, ma anche nei confronti di chi lavora e soggiorna regolarmente in Italia, e che quindi potrebbe essere considerato cittadino a tutti gli effetti visto il contributo che dà alla società.
Sono moto di speranza le parole di Napolitano, che ha definito, come se ce ne fosse bisogno, gli immigrati come una "risorsa per il nostro Paese".
Ma a quanto pare non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire.
alla prossima, ilbaglio
Ma vaglielo a spiegare agli artefici della tolleranza zero(per gli altri...).
Del Ddl 733 ho già parlato in un post precedente. La Lega ha presentato degli emendamenti che verrano discussi e votati in aula. Ritornano delle proposte normative che erano state accantonate in Commissione: ecco un breve elenco.
Blocco dei flussi di immigrati per due anni - Porte chiuse all'ingresso di stranieri in Italia per i prossimi due anni, prendendo come scusa addirittura la crisi che ha colpito l'economia mondiale. Il blocco impedirebbe l'ingresso regolare di extracomunitari nel territorio nazionale sulla linea di quanto prevede di fare la Spagna.
Permesso a punti anche per chi è già in Italia - Sarà esteso anche a chi ha già un regolare permesso di soggiorno l’“Accordo di integrazione” il cui funzionamento sarà disciplinato da un regolamento del Governo entro sei mesi dall'entrata in vigore della legge. E' il famoso permesso a punti che è già presente nel ddl per gli immigrati che devono sottoscrivere il permesso di soggiorno. Mi preme sottolineare la totale discrezionalità del Ministero nel porre in che modo e per cosa i punti andranno sottratti.
No al volto coperto in luoghi pubblici - Divieto di circolare per strada o farsi vedere in luoghi pubblici con il volto coperto. La proposta prevede, comunque, che sia consentito l'uso del velo o di un foulard anche per le foto dei documenti, «purché non nasconda completamente il volto». Per evitare di nascondere pericolose terroriste...
Obbligo di dimora ai clochard - Anche il domicilio dei senza fissa dimora, se passerà l'emendamento, dovrà essere accertato come avviene per tutti i cittadini. Non si tratta della fattispecie della “dimora abituale” ma di non consentire più ai clochard di avere solo un domicilio “virtuale”. Quindi oltre alla schedatura prevista dal ddl, che avrà conseguenze sulla iscrizione nei registri anagrafici e sul diritto a ricevere determinate prestazioni sociali e sanitarie, anche questa proposta paradossale. Un pò come la geniale idea della multa di 500 euro per chi mendica per strada...
“Risarcimento” a Lampedusa - Uno stanziamento di due milioni di euro per Lampedusa a titolo di “compensazione” e per il mantenimento del centro di primo soccorso e permanenza dell'isola, meta di continui sbarchi di immigrati. Ovviamente tutto a posto con la Libia, che, nonostante gli accordi presi e i soldi dati, non ha nessun interesse a impedire alle navi di disperati di salpare.
I clandestini pagheranno la Sanità - I migranti irregolari dovranno pagare ogni prestazione sanitaria, comprese quelle di pronto soccorso, come i cittadini italiani pagano il ticket. Il medico sarà obbligato a denunciare i migranti irregolari.
Ritorna così la norma che era stata accantonata in Commissione e che aveva scatenato le ire del mondo dell'associazionismo e di chi lavora quotidianamente in quest'ambito. La modifica dell'art. 35 del TU sull'immigrazione (D.Lgs 286/98) avrebbe come conseguenza effettiva la negazione del diritto alla salute ai clandestini, che mai avrebbero il coraggio di presentarsi dal medico per farsi curare, rischiando appunto la segnalazione. Si tornerebbe alla situazione di qualche hanno fa, quando la scarsa conoscenza delle norme frenava molto irregolari a rivolgersi ad un dottore. Questo nonostante la nostra Costituzione preveda che il diritto alla salute sia un diritto fondamentale dell'individuo (e non del solo cittadino), e nonostante i problemi per la collettività derivanti dal fatto che migranti non si possono far curare adeguatamente.
Inoltre si cerca di abolire le cure gratuite agli indigenti, altro principio previsto dalla Costituzione all'art. 32, prevedendo il pagamento di tutte le prestazioni. Sarebbe lo stravolgimento dell'art. 35 del TU, che afferma che: "3. Ai cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale, non in regola con le norme relative all'ingresso ed al soggiorno, sono assicurate, nei presìdi pubblici ed accreditati, le cure ambulatoriali ed ospedaliere urgenti o comunque essenziali, ancorché continuative, per malattia ed infortunio e sono estesi i programmi di medicina preventiva a salvaguardia della salute individuale e collettiva. Sono, in particolare garantiti:a) la tutela sociale della gravidanza e della maternità, a parità di trattamento con le cittadine italiane, ai sensi della L. 29 luglio 1975, n. 405, e della L. 22 maggio 1978, n. 194, e del decreto 6 marzo 1995 del Ministro della sanità, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 87 del 13 aprile 1995, a parità di trattamento con i cittadini italiani; b) la tutela della salute del minore in esecuzione della Convenzione sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva ai sensi della legge 27 maggio 1991, n. 176; c) le vaccinazioni secondo la normativa e nell'ambito di interventi di campagne di prevenzione collettiva autorizzati dalle regioni;d) gli interventi di profilassi internazionale;e) la profilassi, la diagnosi e la cura delle malattie infettive ed eventualmente bonifica dei relativi focolai.
4. Le prestazioni di cui al comma 3 sono erogate senza oneri a carico dei richiedenti qualora privi di risorse economiche sufficienti, fatte salve le quote di partecipazione alla spesa a parità con i cittadini italiani.
5. L'accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all'autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano.
6. Fermo restando il finanziamento delle prestazioni ospedaliere urgenti o comunque essenziali a carico del Ministero dell'interno, agli oneri recati dalle rimanenti prestazioni contemplate nel comma 3, nei confronti degli stranieri privi di risorse economiche sufficienti, si provvede nell'ambito delle disponibilità del Fondo sanitario nazionale, con corrispondente riduzione dei programmi riferiti agli interventi di emergenza. (ci ho fatto la tesi su sta roba!)
Residenza decennale per case popolari - Gli stranieri regolarmente in Italia dovranno dimostrare di avere un'anzianità di residenza di almeno 10 anni per accedere ai bandi di assegnazione delle case popolari. Il criterio di assegnazione delle case diventerebbe così la nazionalità e la residenza, e non tanto lo stato di bisogno in cui ci si trova, con evidente rischio di discriminazione.
Si può notare come orami la morsa che stringe gli immigrati in una condizione ulteriore di precarietà e vulnerabilità non è fatta solo nei confronti degli irregolari, soggetti ormai senza diritti, ma anche nei confronti di chi lavora e soggiorna regolarmente in Italia, e che quindi potrebbe essere considerato cittadino a tutti gli effetti visto il contributo che dà alla società.
Sono moto di speranza le parole di Napolitano, che ha definito, come se ce ne fosse bisogno, gli immigrati come una "risorsa per il nostro Paese".
Ma a quanto pare non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire.
alla prossima, ilbaglio
La parola fine.

Stavolta è finita davvero, non si torna più indietro.
La Corte di Cassazione ha respinto oggi il ricorso fatto dalla Procura di Milano contro il decreto della Corte di Appello di Milano, il quale, dopo 17 anni di calvario, per la prima volta aveva autorizzato la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione artificiale ad Eluana Englaro. La Cassazione ha seguito quindi le indicazioni del Procuratore Generale della Repubblica, che martedì scorso aveva affermato che il pm non avrebbe potuto impugnare tale dispositivo, perché non "legittimato a muovere l'azione", in quanto la vicenda non tratta di "un interesse generale e pubblico ma di una tutela soggettiva e individuale" della ragazza.
Sarebbe meglio parlare di alimentazione e idratazione 'forzata', che ha costretto per tutti questi anni una ragazza in stato vegetativo permanente e irreversibile, quindi con nessuna possibilità di miglioramento.
Ci vuole del coraggio a chiamare 'vita' questa condizione.
Ci vuole del coraggio a voler imporre una concezione di intangibilità della vita e di dignità sulla pelle di una persona che da 17 anni è legata ad un letto.
Ci vuole del coraggio nel non considerare questo trattamento come un vero e proprio trattamento medico, che quindi possa essere rifiutato liberamente secondo l'art. 32 della Costituzione. (Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.)
Sono state definitivamente accettate le volontà pregresse della ragazza, che, pur non essendo mai messe per iscritto, esplicitavano come la ragazza avesse preferito morire piuttosto che trovarsi in una situazione del genere. Volontà che sono portate avanti dal padre, suo tutore legale, fino ad oggi, quando anche lui vede finire il suo calvario, accusato di non sapere interpretare il volere di una figlia, sua figlia. E' stato definitivamente sancito, se ancora ce n'era bisogno, che lo stato della ragazza era di coma irreversibile.
I giudici hanno restituito la dignità ad Eluana, per troppo tempo privata di questa caratteristica propria di ogni persona. Si crea un importante precedente giudiziario, per tutte quelle persone che in futuro si troveranno nella stessa condizione di Eluana e che, grazie a questa battaglia, avranno qualche speranza in più di poter porre fine alle loro sofferenze, se lo vorranno.
Dignità che manca a certi individui che si ergono a difesa della 'dignità e della naturalità della vita' (che cosa c'è di meno dignitoso e naturale che vivere contro la propria volontà attacato a delle macchine...) che non si sono risparmiati di tuonare contro l'omicidio di Stato, la legalizzazione dell'eutanasia (niente di più falso...), parlando di fantomatiche leggi violate e di condanne a morte.
Di fronte a ciò io dico Vergogna!
E saluto Eluana. Buon viaggio...
alla prossima, ilbaglio
La Corte di Cassazione ha respinto oggi il ricorso fatto dalla Procura di Milano contro il decreto della Corte di Appello di Milano, il quale, dopo 17 anni di calvario, per la prima volta aveva autorizzato la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione artificiale ad Eluana Englaro. La Cassazione ha seguito quindi le indicazioni del Procuratore Generale della Repubblica, che martedì scorso aveva affermato che il pm non avrebbe potuto impugnare tale dispositivo, perché non "legittimato a muovere l'azione", in quanto la vicenda non tratta di "un interesse generale e pubblico ma di una tutela soggettiva e individuale" della ragazza.
Sarebbe meglio parlare di alimentazione e idratazione 'forzata', che ha costretto per tutti questi anni una ragazza in stato vegetativo permanente e irreversibile, quindi con nessuna possibilità di miglioramento.
Ci vuole del coraggio a chiamare 'vita' questa condizione.
Ci vuole del coraggio a voler imporre una concezione di intangibilità della vita e di dignità sulla pelle di una persona che da 17 anni è legata ad un letto.
Ci vuole del coraggio nel non considerare questo trattamento come un vero e proprio trattamento medico, che quindi possa essere rifiutato liberamente secondo l'art. 32 della Costituzione. (Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.)
Sono state definitivamente accettate le volontà pregresse della ragazza, che, pur non essendo mai messe per iscritto, esplicitavano come la ragazza avesse preferito morire piuttosto che trovarsi in una situazione del genere. Volontà che sono portate avanti dal padre, suo tutore legale, fino ad oggi, quando anche lui vede finire il suo calvario, accusato di non sapere interpretare il volere di una figlia, sua figlia. E' stato definitivamente sancito, se ancora ce n'era bisogno, che lo stato della ragazza era di coma irreversibile.
I giudici hanno restituito la dignità ad Eluana, per troppo tempo privata di questa caratteristica propria di ogni persona. Si crea un importante precedente giudiziario, per tutte quelle persone che in futuro si troveranno nella stessa condizione di Eluana e che, grazie a questa battaglia, avranno qualche speranza in più di poter porre fine alle loro sofferenze, se lo vorranno.
Dignità che manca a certi individui che si ergono a difesa della 'dignità e della naturalità della vita' (che cosa c'è di meno dignitoso e naturale che vivere contro la propria volontà attacato a delle macchine...) che non si sono risparmiati di tuonare contro l'omicidio di Stato, la legalizzazione dell'eutanasia (niente di più falso...), parlando di fantomatiche leggi violate e di condanne a morte.
Di fronte a ciò io dico Vergogna!
E saluto Eluana. Buon viaggio...
alla prossima, ilbaglio
martedì 11 novembre 2008
Il pasticcio Alitalia

In questi giorni il traffico aereo della nostra penisola è praticamente bloccato a causa dello sciopero selvaggio di alcune centinaia di dipendenti di terra e assistenti di volo di Alitalia, che protestano contro i termini degli accordi contrattuali sottoscritti dalla Cai, la cordata di imprenditori italiani che è stata indicata dal commissario Fantozzi e dal governo per rilevare la vecchia Alitalia, e dai sindacati confederali, che però nel comparto aereo non hanno nemmeno la metà degli iscritti.
E' l'ultimo sviluppo di questa farsa in salsa italiana che ha visto protagonisti il premier Berlusconi, che pur di mantenere fede ad una promessa di italianità fatta in campagna elettorale, ha di fatto messo in fuga Air France-Klm, che era disposta a rilevare l'intera compagnia Alitalia (debiti compresi) e a tagliare molto meno personale.
La Compagnia Aerea Italiana (Cai), la cordata di 'coraggiosi' imprenditori che è stata indicata da Berlusconi come unico acquirente possibile per Alitalia, in spregio a qualsiasi regola del mercato, ha presentato settimana scorsa la propria offerta vincolata, che prevede molti più esuberi rispetto all'offerta francese e che soprattutto è diretta solo alla polpa buona di Alitalia, mentre la parte marcia, la bad company, con tutti i suoi debiti, resterà sulle spalle dei contribuenti italiani. I terzi protagonisti sono i sindacati, confederali e autonomi, che all'inizio hanno avuto la miopia di mettere, anche loro, i bastoni tra le ruote all'offerta AirFrance, inconsci di quanto di peggio sarebbe potuto succedere con la Cai, e che poi sono stati trascinati da governo e cordata in una trattativa scandita da ultimatum e porte sbattute in faccia, con il tentativo, spesso malcelato, di dare a loro l'eventuale fallimento della trattativa.
Questo è la situazione che ha portato agli scioperi selvaggi dei dipendenti, che sono sfuggiti di mano anche ai sindacati autonomi di categoria. Cai ha avuto ieri via libera dalla commissione Trasporti della UE, presieduta dall'ex forzista e candidato a sindaco di Roma Tajani, per l'offerta fatta, sebbene sia chiaro come siano state violate le più elementari regole del mercato e sia stata data via libera da parte del governo ad un'unica trattativa, che sarebbe stata poco competitiva in un contesto di regolare concorrenzialità, come ha dimostrato l'offerta fatta precedentemente da Air France.
Questo in nome dell'italianità e della necessità della compagnia di bandiera.
Per una maggiore chiarezza vi consiglio di guardare la puntata di Report del 12 ottobre, che spiega molto bene tutti i passaggi che hanno portato alla situazione attuale, quali siano le responsabilità e a chi siano imputate.
La nuova compagnia aerea, nata dalla fusione tra la parte buona di Alitatalia e il principale concorrente nazionale, Air One, e con la supervisione del governo e di Banca Intesa, dovrebbe essere pronta a decollare entro il 1 dicembre.
Ma ci sono delle questioni aperte.
Assunzioni e tagli. Il piano industriale concordato con i sindacati e firmato a Palazzo Chigi prevede 12.639 assunzioni nella nuova compagnia. Per i lavoratori dell'ex Alitalia ci sarà una selezione con chiamata individuale. Ognuno verrà chiamato a firmare il nuovo contratto di lavoro concordato da Cai con quattro sindacati, ma contestato dai cinque autonomi, il che la dice lunga sulla reale interesse di Cai a portare avanti una trattativa adeguata. L'obiettivo è sempre stato quello di giocare al ribasso e i sindacati, non tutti, alla lunga hanno dovuto piegarsi. La procedura di selezione nominativa, che si applica per la prima volta in operazioni di simili dimensioni, pone delicate questioni, ad esempio per evitare discriminazioni. Inoltre si è aperta un'aspra conflittualità con i piloti, che potrebbe trasferirsi alla nuova società. E poi gli esuberi: poiché il gruppo Alitalia a fine 2007 aveva oltre 18mila addetti e Air One più di 3mila, i lavoratori che restano a casa sono circa 9mila, quasi il triplo dei 3.650 esuberi ufficiali.
Partner estero. I soci della Cai hanno messo da parte l'intenzione di andare avanti da soli: l'ingresso immediato del partner estero, con il 20% circa del capitale, è diventato un imperativo categorico, per dare solidità e vincere la diffidenza di diversi azionisti raccolti intorno a Roberto Colaninno. Ancora non è stata fatta la scelta, benché Air France-Klm appaia in vantaggio. L'ingresso del partner straniero è la dimostrazione, a mio modo di vedere, che la Cai non ha la solidità finaniziaria per portare avanti un'operazione del genere, e soprattutto che se a operatori del settore fosse stato consentito di fare un'offerta, sarebbe stata sicuramente più solida sotto tutti i punti di vista.
Silenzio sulle rotte. La Cai non ha ancora informato il mercato del suo piano dei voli dal primo dicembre, al contrario di tutti i vettori europei. Intanto Alitalia ha tagliato molti voli da Malpensa e altri da Fiumicino. Chi deve prenotare per i prossimi mesi difficilmente sceglierà Alitalia, se ha un'alternativa: questo farà perdere passeggeri e ricavi.
Prezzo. Cai ha offerto al commissario di Alitalia un miliardo complessivo, compresi i debiti legati ai 93 aerei che intende acquisire (64 in proprietà, 29 in leasing). Ma la parte in denaro è indicata dal commissario in 275 milioni, di cui solo 100 milioni verranno pagati al trasferimento, previsto il 30 novembre. Il resto sarà saldato a rate, entro due anni, con un meccanismo che fa riferimento anche a crediti e debiti. Inizialmente era stata una disponibilità liquida di 400 milioni, evidentemente non era abbastanza per una compagnia sul lastrico ma comunque valutata sui 900 milioni. Anche per questo la Cai parte già con dei debiti al passivo, quelli dei 93 aerei, non avendo la liquidità per necessaria. Mica male come partenza!
Le valutazioni. Secondo la legge il commissario non può vendere al di sotto del «prezzo di mercato» che sarà fissato dal perito «indipendente», Banca Leonardo, nominato dal ministro dello Sviluppo economico. In Leonardo ci sono eccellenti professionisti. Tuttavia c'è l'ombra del conflitto d'interessi: alcuni soci di Cai (Ligresti, Benetton e Pirelli) sono anche soci di Banca Leonardo (l'8% complessivo) e due degli 11 consiglieri della banca (Carlo d'Urso e Fausto Marchionni) sono entrati nel cda Cai. Non ho dubbi che la valutazione finale della compagnia rispetterà a pieno l'offerta presentata da Cai, se non chi lo dice a Berlusconi...
Air One. Secondo il Progetto Fenice l'apporto del vettore di Carlo Toto, che ha un forte alleato in Corrado Passera di Intesa (che ha fatto il Piano Fenice), è fondamentale per rafforzare il gruppo sul mercato interno. Per forza, di fatto viene abolita la concorrenza, dal momento che questa compagnia viene inglobata in Cai.
Antitrust. Il decreto sulla privatizzazione ha di fatto bloccato l'antitrust, l'autorità a garanzia della concorrenza, per evitare che bocci il monopolio di fatto tra Alitatlia e Air One. avrebbero su molte rotte o costringa la nuova Alitalia a rinunciare a slot e frequenze. Ci sarà meno concorrenza, i prezzi potrebbero salire. per legge si è legalizzata una situazione che in tutti gli atri paesi sarebbe illegale, a scapito ovviamente dei cittadini, che dovranno pagare di più e vedranno diminuire le loro possibilità di scelta.
Molti soci, pochi capitali. La Cai, tuttora una società con 160mila euro di capitale (!!!), è nata con 16 azionisti: ognuno, dalla Immsi di Colaninno ad Atlantia a Intesa o Aponte, ha versato 10mila euro. Il 28 ottobre l'assemblea ha deliberato un aumento di capitale fino a 1,1 miliardi, tutti da versare. L'offerta riguarda un miliardo, in liquidità i 275 milioni, soldi che per adesso Cai NON HA. Non puzza un po' di speculazione? La platea è numerosa, nessuno ha il controllo. È previsto che l'impegno massimo individuale sia di 100 milioni. Questa frammentazione non favorisce la coesione. Una quota aggiuntiva, circa 200 milioni, sarà sottoscritta dal partner estero. Insomma, per adesso i soldi non ci sono, a maggior ragione in seguito alla crisi finanziaria degli ultimi mesi.
Lock up e italianità. Per cinque anni i soci si sono impegnati a non vendere, salvo l'autorizzazione della maggioranza assoluta del cda a vendere, ma solo a «italiani» (la parola d'ordine...). Questa clausola è stata necessaria per frenare la voglia di uscire e realizzare di diversi investitori, anche a seguito della crisi finanziaria: potrebbe comunque essere aggirata se la società avrà necessità di un aumento di capitale e a sottoscriverlo sarà, da solo o in prevalenza, il partner estero. Vi consiglio di vedere la bella figura di merda che Colaninno ha fatto davanti alle domande della Gabannelli, che metto nel video sotto.
Risparmiatori in trappola. Il meccanismo della bad company, l'attuale Alitalia che si terrà debiti e scorie, colpisce i vecchi azionisti (tra cui lo Stato per il 49,9%) che hanno in mano carta straccia e i possessori dei 715 milioni di obbligazioni convertibili. Vaghe e indeterminate le possibilità di ristoro attraverso il fondo vittime dei crac e frodi finanziarie, alimentato dai conti dormienti.
Troppo comoda prendersela solo con i sindacati. Il solito pasticco all'italiana.
alla prossima, ilbaglio
fonte, IlSole24Ore
E' l'ultimo sviluppo di questa farsa in salsa italiana che ha visto protagonisti il premier Berlusconi, che pur di mantenere fede ad una promessa di italianità fatta in campagna elettorale, ha di fatto messo in fuga Air France-Klm, che era disposta a rilevare l'intera compagnia Alitalia (debiti compresi) e a tagliare molto meno personale.
La Compagnia Aerea Italiana (Cai), la cordata di 'coraggiosi' imprenditori che è stata indicata da Berlusconi come unico acquirente possibile per Alitalia, in spregio a qualsiasi regola del mercato, ha presentato settimana scorsa la propria offerta vincolata, che prevede molti più esuberi rispetto all'offerta francese e che soprattutto è diretta solo alla polpa buona di Alitalia, mentre la parte marcia, la bad company, con tutti i suoi debiti, resterà sulle spalle dei contribuenti italiani. I terzi protagonisti sono i sindacati, confederali e autonomi, che all'inizio hanno avuto la miopia di mettere, anche loro, i bastoni tra le ruote all'offerta AirFrance, inconsci di quanto di peggio sarebbe potuto succedere con la Cai, e che poi sono stati trascinati da governo e cordata in una trattativa scandita da ultimatum e porte sbattute in faccia, con il tentativo, spesso malcelato, di dare a loro l'eventuale fallimento della trattativa.
Questo è la situazione che ha portato agli scioperi selvaggi dei dipendenti, che sono sfuggiti di mano anche ai sindacati autonomi di categoria. Cai ha avuto ieri via libera dalla commissione Trasporti della UE, presieduta dall'ex forzista e candidato a sindaco di Roma Tajani, per l'offerta fatta, sebbene sia chiaro come siano state violate le più elementari regole del mercato e sia stata data via libera da parte del governo ad un'unica trattativa, che sarebbe stata poco competitiva in un contesto di regolare concorrenzialità, come ha dimostrato l'offerta fatta precedentemente da Air France.
Questo in nome dell'italianità e della necessità della compagnia di bandiera.
Per una maggiore chiarezza vi consiglio di guardare la puntata di Report del 12 ottobre, che spiega molto bene tutti i passaggi che hanno portato alla situazione attuale, quali siano le responsabilità e a chi siano imputate.
La nuova compagnia aerea, nata dalla fusione tra la parte buona di Alitatalia e il principale concorrente nazionale, Air One, e con la supervisione del governo e di Banca Intesa, dovrebbe essere pronta a decollare entro il 1 dicembre.
Ma ci sono delle questioni aperte.
Assunzioni e tagli. Il piano industriale concordato con i sindacati e firmato a Palazzo Chigi prevede 12.639 assunzioni nella nuova compagnia. Per i lavoratori dell'ex Alitalia ci sarà una selezione con chiamata individuale. Ognuno verrà chiamato a firmare il nuovo contratto di lavoro concordato da Cai con quattro sindacati, ma contestato dai cinque autonomi, il che la dice lunga sulla reale interesse di Cai a portare avanti una trattativa adeguata. L'obiettivo è sempre stato quello di giocare al ribasso e i sindacati, non tutti, alla lunga hanno dovuto piegarsi. La procedura di selezione nominativa, che si applica per la prima volta in operazioni di simili dimensioni, pone delicate questioni, ad esempio per evitare discriminazioni. Inoltre si è aperta un'aspra conflittualità con i piloti, che potrebbe trasferirsi alla nuova società. E poi gli esuberi: poiché il gruppo Alitalia a fine 2007 aveva oltre 18mila addetti e Air One più di 3mila, i lavoratori che restano a casa sono circa 9mila, quasi il triplo dei 3.650 esuberi ufficiali.
Partner estero. I soci della Cai hanno messo da parte l'intenzione di andare avanti da soli: l'ingresso immediato del partner estero, con il 20% circa del capitale, è diventato un imperativo categorico, per dare solidità e vincere la diffidenza di diversi azionisti raccolti intorno a Roberto Colaninno. Ancora non è stata fatta la scelta, benché Air France-Klm appaia in vantaggio. L'ingresso del partner straniero è la dimostrazione, a mio modo di vedere, che la Cai non ha la solidità finaniziaria per portare avanti un'operazione del genere, e soprattutto che se a operatori del settore fosse stato consentito di fare un'offerta, sarebbe stata sicuramente più solida sotto tutti i punti di vista.
Silenzio sulle rotte. La Cai non ha ancora informato il mercato del suo piano dei voli dal primo dicembre, al contrario di tutti i vettori europei. Intanto Alitalia ha tagliato molti voli da Malpensa e altri da Fiumicino. Chi deve prenotare per i prossimi mesi difficilmente sceglierà Alitalia, se ha un'alternativa: questo farà perdere passeggeri e ricavi.
Prezzo. Cai ha offerto al commissario di Alitalia un miliardo complessivo, compresi i debiti legati ai 93 aerei che intende acquisire (64 in proprietà, 29 in leasing). Ma la parte in denaro è indicata dal commissario in 275 milioni, di cui solo 100 milioni verranno pagati al trasferimento, previsto il 30 novembre. Il resto sarà saldato a rate, entro due anni, con un meccanismo che fa riferimento anche a crediti e debiti. Inizialmente era stata una disponibilità liquida di 400 milioni, evidentemente non era abbastanza per una compagnia sul lastrico ma comunque valutata sui 900 milioni. Anche per questo la Cai parte già con dei debiti al passivo, quelli dei 93 aerei, non avendo la liquidità per necessaria. Mica male come partenza!
Le valutazioni. Secondo la legge il commissario non può vendere al di sotto del «prezzo di mercato» che sarà fissato dal perito «indipendente», Banca Leonardo, nominato dal ministro dello Sviluppo economico. In Leonardo ci sono eccellenti professionisti. Tuttavia c'è l'ombra del conflitto d'interessi: alcuni soci di Cai (Ligresti, Benetton e Pirelli) sono anche soci di Banca Leonardo (l'8% complessivo) e due degli 11 consiglieri della banca (Carlo d'Urso e Fausto Marchionni) sono entrati nel cda Cai. Non ho dubbi che la valutazione finale della compagnia rispetterà a pieno l'offerta presentata da Cai, se non chi lo dice a Berlusconi...
Air One. Secondo il Progetto Fenice l'apporto del vettore di Carlo Toto, che ha un forte alleato in Corrado Passera di Intesa (che ha fatto il Piano Fenice), è fondamentale per rafforzare il gruppo sul mercato interno. Per forza, di fatto viene abolita la concorrenza, dal momento che questa compagnia viene inglobata in Cai.
Antitrust. Il decreto sulla privatizzazione ha di fatto bloccato l'antitrust, l'autorità a garanzia della concorrenza, per evitare che bocci il monopolio di fatto tra Alitatlia e Air One. avrebbero su molte rotte o costringa la nuova Alitalia a rinunciare a slot e frequenze. Ci sarà meno concorrenza, i prezzi potrebbero salire. per legge si è legalizzata una situazione che in tutti gli atri paesi sarebbe illegale, a scapito ovviamente dei cittadini, che dovranno pagare di più e vedranno diminuire le loro possibilità di scelta.
Molti soci, pochi capitali. La Cai, tuttora una società con 160mila euro di capitale (!!!), è nata con 16 azionisti: ognuno, dalla Immsi di Colaninno ad Atlantia a Intesa o Aponte, ha versato 10mila euro. Il 28 ottobre l'assemblea ha deliberato un aumento di capitale fino a 1,1 miliardi, tutti da versare. L'offerta riguarda un miliardo, in liquidità i 275 milioni, soldi che per adesso Cai NON HA. Non puzza un po' di speculazione? La platea è numerosa, nessuno ha il controllo. È previsto che l'impegno massimo individuale sia di 100 milioni. Questa frammentazione non favorisce la coesione. Una quota aggiuntiva, circa 200 milioni, sarà sottoscritta dal partner estero. Insomma, per adesso i soldi non ci sono, a maggior ragione in seguito alla crisi finanziaria degli ultimi mesi.
Lock up e italianità. Per cinque anni i soci si sono impegnati a non vendere, salvo l'autorizzazione della maggioranza assoluta del cda a vendere, ma solo a «italiani» (la parola d'ordine...). Questa clausola è stata necessaria per frenare la voglia di uscire e realizzare di diversi investitori, anche a seguito della crisi finanziaria: potrebbe comunque essere aggirata se la società avrà necessità di un aumento di capitale e a sottoscriverlo sarà, da solo o in prevalenza, il partner estero. Vi consiglio di vedere la bella figura di merda che Colaninno ha fatto davanti alle domande della Gabannelli, che metto nel video sotto.
Risparmiatori in trappola. Il meccanismo della bad company, l'attuale Alitalia che si terrà debiti e scorie, colpisce i vecchi azionisti (tra cui lo Stato per il 49,9%) che hanno in mano carta straccia e i possessori dei 715 milioni di obbligazioni convertibili. Vaghe e indeterminate le possibilità di ristoro attraverso il fondo vittime dei crac e frodi finanziarie, alimentato dai conti dormienti.
Troppo comoda prendersela solo con i sindacati. Il solito pasticco all'italiana.
alla prossima, ilbaglio
fonte, IlSole24Ore
Gli zingari rubano i bambini (???)

Do visibilità ad una notizia, comparsa ieri sulle agenzie di stampa, ma che non ha trovato molto spazio sui principali media nazionali.
Migrantes, la Fondazione della Cei che si occupa di migranti, rom e sinti, è scesa ieri in campo attraverso la presentazione di un'indagine molto accurata svolta dall'Università di Verona e dalla ricercatrici Tosi Combini e Carlotti Saletti Sanza, con l'obiettivo di accertare in quanti casi di rapimento o scomparsa di bambini fosse stata accertata, in sede processuale o investigativa, la responsabilità di persone appartenenti all'etnia rom o sinti. Le denunce analizzate sono state 40 e comprendono un periodo compreso dal 1986 al 2007.
Dall'analisi meticolosa delle carte processuali, delle investigazioni delle forze di polizia, dei notiziari dell'Ansa, la ricerca è giunta alla conclusione che nessuno dei casi, nei quali inizialmente era stata ipotizzata la responsabilità dei soggetti nomadi, si è conclusa con una condanna di persone appartenenti all'etnia rom o sinti. Questa conclusione riguarda sia gli 11 casi di bambini 'scomparsi nel nulla' (i celebri casi di Denise Pipitone e di Angela Celentano rientrano in questa casistica), sia dei 29 casi di bambini di cui è stato denunciato il 'rapimento' vero e proprio.
Quello che unisce entrambi gli aspetti è che al'inizio, sia da parte dei familiari che da parte dei media, è stata chiamata in causa l'ipotesi della responsabilità di persone rom o sinti, molto spesso come se questo fosse un fatto accertata, quando invece questa accusa era tutta da provare. Puntualmente infatti le conclusioni degli investigatori o degli inquirenti hanno scartato questa ipotesi. Partendo dall'analisi dei fatti riportati dalla stampa e dallo studio dei fascicoli giudiziari, in nessun caso ci si è trovati di fronte ad una "sottrazione effettivamente avvenuta e provata oggettivamente". Quando si apre un processo inoltre, al massimo si parla di un 'tentativo di sottrazione', e solo 2 di questi seguiti processuali si sono conclusi con una condanna per 'tentato sequestro'.
Il fatto contestato in tribunale è quindi solo quello del delitto tentato, mai oggettivamente accaduto, anche quando ci si presenta in tribunale, e inoltre c'è sempre mancanza di testimoni, sebbene i presunti fatti denunciati siano avvenuti in luoghi pubblici.
Insomma, il pregiudizio che vuole le zingare rapitrici di bambini, più volte amplificato da certe televisioni e telegiornali (penso a Studio Aperto), nel corso delle indagini non sono state confermate. Molto spesso, anzi, le conclusioni acui sono arrivati gli inquirenti nei casi analizzati riguardavano le violenze interne ai contesti nei quali questi bambini vivevano: pedofilia, abusi perpetrati da conoscenti e parenti. Che a questo punto perdono di rilevanza per certi telegiornali.
Queste prove, accertate, non trovano però l'interesse della stampa nazionale, molto più interessata a costruire la figura del nomade nemico, socialmente pericoloso che, alla prova dei fatti e dei dati, non ha ragione di sussistere, almeno per questo stereotipo.
alla prossima, ilbaglio
Migrantes, la Fondazione della Cei che si occupa di migranti, rom e sinti, è scesa ieri in campo attraverso la presentazione di un'indagine molto accurata svolta dall'Università di Verona e dalla ricercatrici Tosi Combini e Carlotti Saletti Sanza, con l'obiettivo di accertare in quanti casi di rapimento o scomparsa di bambini fosse stata accertata, in sede processuale o investigativa, la responsabilità di persone appartenenti all'etnia rom o sinti. Le denunce analizzate sono state 40 e comprendono un periodo compreso dal 1986 al 2007.
Dall'analisi meticolosa delle carte processuali, delle investigazioni delle forze di polizia, dei notiziari dell'Ansa, la ricerca è giunta alla conclusione che nessuno dei casi, nei quali inizialmente era stata ipotizzata la responsabilità dei soggetti nomadi, si è conclusa con una condanna di persone appartenenti all'etnia rom o sinti. Questa conclusione riguarda sia gli 11 casi di bambini 'scomparsi nel nulla' (i celebri casi di Denise Pipitone e di Angela Celentano rientrano in questa casistica), sia dei 29 casi di bambini di cui è stato denunciato il 'rapimento' vero e proprio.
Quello che unisce entrambi gli aspetti è che al'inizio, sia da parte dei familiari che da parte dei media, è stata chiamata in causa l'ipotesi della responsabilità di persone rom o sinti, molto spesso come se questo fosse un fatto accertata, quando invece questa accusa era tutta da provare. Puntualmente infatti le conclusioni degli investigatori o degli inquirenti hanno scartato questa ipotesi. Partendo dall'analisi dei fatti riportati dalla stampa e dallo studio dei fascicoli giudiziari, in nessun caso ci si è trovati di fronte ad una "sottrazione effettivamente avvenuta e provata oggettivamente". Quando si apre un processo inoltre, al massimo si parla di un 'tentativo di sottrazione', e solo 2 di questi seguiti processuali si sono conclusi con una condanna per 'tentato sequestro'.
Il fatto contestato in tribunale è quindi solo quello del delitto tentato, mai oggettivamente accaduto, anche quando ci si presenta in tribunale, e inoltre c'è sempre mancanza di testimoni, sebbene i presunti fatti denunciati siano avvenuti in luoghi pubblici.
Insomma, il pregiudizio che vuole le zingare rapitrici di bambini, più volte amplificato da certe televisioni e telegiornali (penso a Studio Aperto), nel corso delle indagini non sono state confermate. Molto spesso, anzi, le conclusioni acui sono arrivati gli inquirenti nei casi analizzati riguardavano le violenze interne ai contesti nei quali questi bambini vivevano: pedofilia, abusi perpetrati da conoscenti e parenti. Che a questo punto perdono di rilevanza per certi telegiornali.
Queste prove, accertate, non trovano però l'interesse della stampa nazionale, molto più interessata a costruire la figura del nomade nemico, socialmente pericoloso che, alla prova dei fatti e dei dati, non ha ragione di sussistere, almeno per questo stereotipo.
alla prossima, ilbaglio
lunedì 10 novembre 2008
La notte nera della democrazia
In settimana ci sarà la sentenza del tribunale di Genova nei confronti dei 29 imputati dell'assalto alla scuola Diaz della notte del 21 luglio 2001. Alla sbarra ci sono poliziotti, dirigenti, comandanti, alti funzionari della polizia di Stato accusati di falso ideologico, abuso di ufficio, arresto illegale e calunnia.
Riporto integralmente un articolo di Giuseppe d'Avanzo pubblicato oggi dal sito di Repubblica che ricostruisce perfettamente, a mio modo di vedere, anche con l'aiuto di materiale processuale, la serie di violenze e omissioni che hanno contraddistinto la storia passata a presente di questa pagine nera della nostra democrazia.
Leggetelo tutto attentamente e, se avete 10 minuti, guardatevi anche il video.
Quelli della Diaz: le verità negate. La notte nera della democrazia.
Uno Stato che vessa e maltratta le persone private della libertà non è uno Stato democratico. Una polizia che usa la forza non per impedire reati, ma per commetterne, non può essere considerata "forza dell'ordine". Fatti di questo genere distruggono la credibilità delle istituzioni più di tanti insuccessi dei poteri pubblici". Valerio Onida, giudice emerito della Corte Costituzionale. Sono parole che bisogna tenere a mente ora che il processo per le violenze della polizia nella scuola "Diaz", durante i giorni del G8 di Genova, è prossimo alla sentenza.
Il 21 luglio del 2001 è il giorno più tragico del G8 di Genova. È morto Carlo Giuliani in piazza Alimonda in una città distrutta dai black bloc ? che riescono inspiegabilmente a colpire indisturbati e a dileguarsi senza patemi. Per tutto il giorno, Genova è insanguinata dai pestaggi della polizia, dei carabinieri, dei "gruppi scelti" della guardia di finanza contro cittadini inermi, donne, ragazzi, anche anziani, spesso con le braccia alzate verso il cielo e sulla bocca un sorriso.
Ora, più o meno, è mezzanotte. Mark Covell, 33 anni, inglese, giornalista di Indymedia.uk, ozia davanti al cancello della scuola Diaz, diventato un dormitorio dopo che i campeggi sono stati abbandonati per la pioggia. Covell si accorge che la polizia sta "chiudendo" la strada. Avverte subito il pericolo. Estrae l'accredito stampa, lo mostra, lo agita. I poliziotti, che lo raggiungono per primi (sono della Celere, del VII nucleo antisommossa del Reparto Mobile di Roma), lo colpiscono con i "tonfa" o "telescopic baton", più che un manganello un'arma tradizionale delle arti marziali: rigido e non di caucciù, a forma di croce: "può uccidere", se ne vanta chi lo usa. Colpiscono Mark senza motivo. Come, senza ragione, un altro poliziotto con lo scudo lo schiaccia ? subito dopo ? contro il cancello mentre un altro, come un indemoniato, lo picchia alle costole. Gli gridano in inglese: "You are black bloc, we kill black bloc" ("Tu sei un black, noi ti uccidiamo").
Covell cade finalmente a terra. E' semisvenuto, in posizione fetale. Potrebbe bastare anche se fosse un incubo, ma per Mark il calvario non è ancora finito. Tutti i "celerini" che corrono verso la scuola lo colpiscono a terra con calci (il pestaggio di Covell è ripreso da una videocamera). Covell rimarrà, esanime, circondato dall'indifferenza, in quell'angolo di via Cesare Battisti, al quartiere di Albaro, per oltre venti minuti. Ha una grave emorragia interna, un polmone perforato, il polso spezzato, otto fratture alle costole, dieci denti in meno. Quando si sveglia in ospedale, viene arrestato per resistenza aggravata a pubblico ufficiale, concorso in detenzione di arma da guerra e associazione a delinquere. (E' ancora aperta l'indagine per individuare i poliziotti che lo hanno quasi ucciso. L'accusa: tentato omicidio).
Distruggere. Annientare. E' con questo obiettivo che, dopo aver abbattuto con un blindato Magnum il cancello, le prime tre squadre del Reparto Mobile di Roma (trenta uomini) invadono, a testuggine, il pianoterra della scuola. Arnaldo Cestaro, "un vecchietto", è sulla destra dell'ingresso. Viene travolto. Lo gettano contro il muro. Lo picchiano con i "tonfa". Gli spezzano un braccio e una gamba. Ora ci sono urla e baccano. Nella palestra, ai piani superiori ragazzi e ragazze - anche chi si è già infilato nel sacco al pelo per dormire - comprendono che cosa sta accadendo.
Tutti raccolgono le loro cose, il bagaglio leggero che si portano dietro da giorni. Si sistemano con le spalle al muro; chi in ginocchio; chi in piedi; tutti con le braccia alzate in segno di resa; chi ha voglia di un'ultima "provocazione" mostra al più indice e medio a V. Daniel Mc Quillan, quando vede le divise, si alza in piedi e dice: "Noi siamo pacifici, niente violenza". "Come se fossero un branco di cani impazziti, sono su di lui in un istante e lo colpiscono, lo colpiscono, lo colpiscono?", dicono i testimoni. La furia dei celerini si scatena contro chiunque e dovunque, irragionevolmente, con furore (si vede uno che mena colpi con una specie di mazza da baseball).
Tutti raccolgono le loro cose, il bagaglio leggero che si portano dietro da giorni. Si sistemano con le spalle al muro; chi in ginocchio; chi in piedi; tutti con le braccia alzate in segno di resa; chi ha voglia di un'ultima "provocazione" mostra al più indice e medio a V. Daniel Mc Quillan, quando vede le divise, si alza in piedi e dice: "Noi siamo pacifici, niente violenza". "Come se fossero un branco di cani impazziti, sono su di lui in un istante e lo colpiscono, lo colpiscono, lo colpiscono?", dicono i testimoni. La furia dei celerini si scatena contro chiunque e dovunque, irragionevolmente, con furore (si vede uno che mena colpi con una specie di mazza da baseball).
Nicola Doherty ancora piange in aula mentre racconta: "Hanno cominciato a picchiarci immediatamente. C'era gente che piangeva e implorava i poliziotti di fermarsi. Anch'io piangevo e chiedevo che la smettessero. Uno mi è venuto vicino e con fare dolce mi ha detto "Poverina!" e mi ha colpito ancora. Sembrava che ci odiassero. Ho visto un poliziotto con un coltello in mano, bloccava le ragazze, i ragazzi e tagliava una ciocca di capelli con il coltello". Voleva il suo personale trofeo di guerra. Altri continuano a gridare, dopo aver picchiato duro: "Dì, che sei una merda". Mentre colpiscono gridano: "Frocio!", "Comunista!", "Volevate scherzare con la polizia?", "Nessuno sa che siamo qui e ora vi ammazziamo tutti!".
Lena Zulkhe, colpita alle spalle e alla testa, cade subito. Le danno calci alla schiena, alle gambe, tra le gambe. "Mentre picchiavano, ho avuto la sensazione che si divertissero". La trascinano per le scale afferrandola per i capelli e tenendola a faccia in giù. Continuano a picchiarla mentre cade. La rovesciano quasi di peso verso il pianoterra. "Non vedevo niente, soltanto macchie nere. Credo di essere per un attimo svenuta. Ricordo soltanto - ma quanto tempo era passato? - che sono stata gettata su altre due persone, non si sono mossi e io gli ho chiesto se erano vivi. Non hanno risposto, sono stata sdraiata sopra di loro e non riuscivo a muovermi e mi sono accorta che avevo sangue sulla faccia, il braccio destro era inclinato e non riuscivo a muoverlo mentre il sinistro si muoveva ma non ero più in grado di controllarlo. Avevo tantissima paura e pensavo che sicuramente mi avrebbero ammazzata".
Dei 93 ospiti della "Diaz" arrestati, 82 sono feriti, 63 ricoverati ospedale (tre, le prognosi riservate), 20 subiscono fratture ossee (alle mani e alle costole soprattutto, e poi alla mandibola, agli zigomi, al setto nasale, al cranio).
Che cosa ha provocato questa violenza rabbiosa e omicida? Come è stata possibile pensarla, organizzarla, realizzarla. Il 22 luglio, il portavoce del capo della polizia convoca una conferenza stampa e distribuisce un breve comunicato che vale la pena di ricordare per intero: "Anche a seguito di violenze commesse contro pattuglie della Polizia di Stato nella serata di ieri in via Cesare Battisti, si è deciso, previa informazione all'autorità giudiziaria, di procedere a perquisizione della scuola Diaz che ospitava numerosi giovani tra i quali quelli che avevano bersagliato le pattuglie con lancio di bottiglie e pietre. Nella scuola Diaz sono stati trovati 92 giovani, in gran parte di nazionalità straniera, dei quali 61 con evidenti e pregresse contusioni e ferite. In vari locali dello stabile sono stati sequestrati armi, oggetti da offesa ed altro materiale che ricollegano il gruppo dei giovani in questione ai disordini e alle violenze scatenate dai Black Bloc a Genova nei giorni 20 e 21. Tutti i 92 giovani sono stati tratti in arresto per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e saccheggio e detenzione di bottiglie molotov. All'atto dell'irruzione uno degli occupanti ha colpito con un coltello un agente di Polizia che non ha riportato lesioni perché protetto da un corpetto. Tutti i feriti sono stati condotti per le cure in ospedali cittadini". Il portavoce mostra anche le due molotov che sarebbero state trovate nell'ingresso della scuola, "nella disponibilità degli occupanti".
Il processo di Genova ha dimostrato ragionevolmente (e spesso con la qualità della certezza) che nessuna delle circostanze descritte dal portavoce del capo della polizia (capo della polizia era all'epoca Gianni De Gennaro) corrisponde al vero. Quelle accuse sono false, quelle ragioni sono inventate di sana pianta. Si dice che l'assalto (la "perquisizione") fu organizzato dopo che un corteo di auto e blindati della polizia era stato, poco prima della mezzanotte, assalito in via Cesare Battisti con pietre, bottiglie e bastoni. Il processo ha dimostrato che non c'è stata nessuna pattuglia aggredita. Si dice che gli ospiti della Diaz fossero già feriti, quindi coinvolti negli scontri in città.
Nessuno dei 93 arrestati era ferito prima di essere bastonato dai "celerini". Poliziotti, comandanti, dirigenti hanno riferito che, mentre entravano nella scuola, c'è stata contro di loro una sassaiola e addirittura il lancio di un maglio spaccapietre. I filmati hanno dimostrato che non fu lanciata alcun sasso e nessun maglio. Il comandante del Reparto Mobile di Roma ha scritto in un verbale che ci fu una vigorosa resistenza da parte di "alcuni degli occupanti, armati di spranghe, bastoni e quant'altro". Assicura che nella scuola (entra tra i primi) sono stati "abbandonati a terra, numerosi e vari attrezzi atti ad offendere, tipo bastoni, catene e anche un grosso maglio".
Nella scuola non c'è stata alcuna colluttazione, nessuna resistenza, soltanto un pestaggio. Nessuno degli occupanti ha tentato di uccidere con una coltellata il poliziotto Massimo Nucera. Due perizie dei carabinieri del Ris hanno smentito che lo sbrego nel suo corpetto possa essere il frutto di una coltellata. Nella scuola non c'erano molotov. Come ha testimoniato il vicequestore che le ha sequestrate, quelle due molotov furono ritrovate da lui non nella scuola la notte del 22 luglio, ma sul lungomare di Corso Italia nel pomeriggio del giorno precedente. La prova falsa, manipolata, è stata inspiegabilmente distrutta, durante il processo, nella questura di Genova.
In settimana il tribunale deciderà delle responsabilità personali dei 29 imputati (poliziotti, dirigenti, comandanti, alti funzionari della polizia di Stato) accusati di falso ideologico, abuso di ufficio, arresto illegale e calunnia. Quel che qui conta dire è che la responsabilità non penale, ma tecnico-politica di chi, impotente a fronteggiare i black bloc, si è abbandonato (per vendetta? per frustrazione? con quali ordini e di chi?) a pestaggi ingiustificati e indiscriminati, non può e non deve essere liquidata da questa sentenza. Centinaia di agenti, sottufficiali, ufficiali, dirigenti di polizia, funzionari del Dipartimento di pubblica sicurezza hanno mentito durante le indagini e al processo.
E chi non ha mentito, ha negato, taciuto o dissimulato quel che ha visto e saputo. Dell'assalto alla "Diaz" non inquieta soltanto il massacro di 93 cittadini inermi diventati in una notte "criminali" a cui non si riconosce alcuna garanzia e diritto. Quel che angoscia è anche questo silenzio arrogante, l'omertà indecorosa che manipola prove; costruisce a tavolino colpevoli; nasconde le responsabilità; sfida, senza alcuna lealtà istituzionale, il potere destinato ad accertare i fatti. Le apprensioni di sette anni raddoppiano ora che, decreto dopo decreto, si fa avanti un "diritto di polizia". Il Paese ha bisogno di sapere se il giuramento alla Costituzione delle forze dell'ordine non sia una impudente finzione. Perché quel che è accaduto a Mark Covell e ai suoi 92 occasionali compagni di sventura rende chiaro, più di qualsiasi riflessione, come uno Stato che si presenta nelle vesti di sbirro e carnefice fa assai presto a diventare uno Stato criminale quando il dissidente, il non conforme, l'altro diventa un "nemico" da annientare.
Giuseppe d'Avanzo
Il 21 luglio del 2001 è il giorno più tragico del G8 di Genova. È morto Carlo Giuliani in piazza Alimonda in una città distrutta dai black bloc ? che riescono inspiegabilmente a colpire indisturbati e a dileguarsi senza patemi. Per tutto il giorno, Genova è insanguinata dai pestaggi della polizia, dei carabinieri, dei "gruppi scelti" della guardia di finanza contro cittadini inermi, donne, ragazzi, anche anziani, spesso con le braccia alzate verso il cielo e sulla bocca un sorriso.
Ora, più o meno, è mezzanotte. Mark Covell, 33 anni, inglese, giornalista di Indymedia.uk, ozia davanti al cancello della scuola Diaz, diventato un dormitorio dopo che i campeggi sono stati abbandonati per la pioggia. Covell si accorge che la polizia sta "chiudendo" la strada. Avverte subito il pericolo. Estrae l'accredito stampa, lo mostra, lo agita. I poliziotti, che lo raggiungono per primi (sono della Celere, del VII nucleo antisommossa del Reparto Mobile di Roma), lo colpiscono con i "tonfa" o "telescopic baton", più che un manganello un'arma tradizionale delle arti marziali: rigido e non di caucciù, a forma di croce: "può uccidere", se ne vanta chi lo usa. Colpiscono Mark senza motivo. Come, senza ragione, un altro poliziotto con lo scudo lo schiaccia ? subito dopo ? contro il cancello mentre un altro, come un indemoniato, lo picchia alle costole. Gli gridano in inglese: "You are black bloc, we kill black bloc" ("Tu sei un black, noi ti uccidiamo").
Covell cade finalmente a terra. E' semisvenuto, in posizione fetale. Potrebbe bastare anche se fosse un incubo, ma per Mark il calvario non è ancora finito. Tutti i "celerini" che corrono verso la scuola lo colpiscono a terra con calci (il pestaggio di Covell è ripreso da una videocamera). Covell rimarrà, esanime, circondato dall'indifferenza, in quell'angolo di via Cesare Battisti, al quartiere di Albaro, per oltre venti minuti. Ha una grave emorragia interna, un polmone perforato, il polso spezzato, otto fratture alle costole, dieci denti in meno. Quando si sveglia in ospedale, viene arrestato per resistenza aggravata a pubblico ufficiale, concorso in detenzione di arma da guerra e associazione a delinquere. (E' ancora aperta l'indagine per individuare i poliziotti che lo hanno quasi ucciso. L'accusa: tentato omicidio).
Distruggere. Annientare. E' con questo obiettivo che, dopo aver abbattuto con un blindato Magnum il cancello, le prime tre squadre del Reparto Mobile di Roma (trenta uomini) invadono, a testuggine, il pianoterra della scuola. Arnaldo Cestaro, "un vecchietto", è sulla destra dell'ingresso. Viene travolto. Lo gettano contro il muro. Lo picchiano con i "tonfa". Gli spezzano un braccio e una gamba. Ora ci sono urla e baccano. Nella palestra, ai piani superiori ragazzi e ragazze - anche chi si è già infilato nel sacco al pelo per dormire - comprendono che cosa sta accadendo.
Tutti raccolgono le loro cose, il bagaglio leggero che si portano dietro da giorni. Si sistemano con le spalle al muro; chi in ginocchio; chi in piedi; tutti con le braccia alzate in segno di resa; chi ha voglia di un'ultima "provocazione" mostra al più indice e medio a V. Daniel Mc Quillan, quando vede le divise, si alza in piedi e dice: "Noi siamo pacifici, niente violenza". "Come se fossero un branco di cani impazziti, sono su di lui in un istante e lo colpiscono, lo colpiscono, lo colpiscono?", dicono i testimoni. La furia dei celerini si scatena contro chiunque e dovunque, irragionevolmente, con furore (si vede uno che mena colpi con una specie di mazza da baseball).
Tutti raccolgono le loro cose, il bagaglio leggero che si portano dietro da giorni. Si sistemano con le spalle al muro; chi in ginocchio; chi in piedi; tutti con le braccia alzate in segno di resa; chi ha voglia di un'ultima "provocazione" mostra al più indice e medio a V. Daniel Mc Quillan, quando vede le divise, si alza in piedi e dice: "Noi siamo pacifici, niente violenza". "Come se fossero un branco di cani impazziti, sono su di lui in un istante e lo colpiscono, lo colpiscono, lo colpiscono?", dicono i testimoni. La furia dei celerini si scatena contro chiunque e dovunque, irragionevolmente, con furore (si vede uno che mena colpi con una specie di mazza da baseball).
Nicola Doherty ancora piange in aula mentre racconta: "Hanno cominciato a picchiarci immediatamente. C'era gente che piangeva e implorava i poliziotti di fermarsi. Anch'io piangevo e chiedevo che la smettessero. Uno mi è venuto vicino e con fare dolce mi ha detto "Poverina!" e mi ha colpito ancora. Sembrava che ci odiassero. Ho visto un poliziotto con un coltello in mano, bloccava le ragazze, i ragazzi e tagliava una ciocca di capelli con il coltello". Voleva il suo personale trofeo di guerra. Altri continuano a gridare, dopo aver picchiato duro: "Dì, che sei una merda". Mentre colpiscono gridano: "Frocio!", "Comunista!", "Volevate scherzare con la polizia?", "Nessuno sa che siamo qui e ora vi ammazziamo tutti!".
Lena Zulkhe, colpita alle spalle e alla testa, cade subito. Le danno calci alla schiena, alle gambe, tra le gambe. "Mentre picchiavano, ho avuto la sensazione che si divertissero". La trascinano per le scale afferrandola per i capelli e tenendola a faccia in giù. Continuano a picchiarla mentre cade. La rovesciano quasi di peso verso il pianoterra. "Non vedevo niente, soltanto macchie nere. Credo di essere per un attimo svenuta. Ricordo soltanto - ma quanto tempo era passato? - che sono stata gettata su altre due persone, non si sono mossi e io gli ho chiesto se erano vivi. Non hanno risposto, sono stata sdraiata sopra di loro e non riuscivo a muovermi e mi sono accorta che avevo sangue sulla faccia, il braccio destro era inclinato e non riuscivo a muoverlo mentre il sinistro si muoveva ma non ero più in grado di controllarlo. Avevo tantissima paura e pensavo che sicuramente mi avrebbero ammazzata".
Dei 93 ospiti della "Diaz" arrestati, 82 sono feriti, 63 ricoverati ospedale (tre, le prognosi riservate), 20 subiscono fratture ossee (alle mani e alle costole soprattutto, e poi alla mandibola, agli zigomi, al setto nasale, al cranio).
Che cosa ha provocato questa violenza rabbiosa e omicida? Come è stata possibile pensarla, organizzarla, realizzarla. Il 22 luglio, il portavoce del capo della polizia convoca una conferenza stampa e distribuisce un breve comunicato che vale la pena di ricordare per intero: "Anche a seguito di violenze commesse contro pattuglie della Polizia di Stato nella serata di ieri in via Cesare Battisti, si è deciso, previa informazione all'autorità giudiziaria, di procedere a perquisizione della scuola Diaz che ospitava numerosi giovani tra i quali quelli che avevano bersagliato le pattuglie con lancio di bottiglie e pietre. Nella scuola Diaz sono stati trovati 92 giovani, in gran parte di nazionalità straniera, dei quali 61 con evidenti e pregresse contusioni e ferite. In vari locali dello stabile sono stati sequestrati armi, oggetti da offesa ed altro materiale che ricollegano il gruppo dei giovani in questione ai disordini e alle violenze scatenate dai Black Bloc a Genova nei giorni 20 e 21. Tutti i 92 giovani sono stati tratti in arresto per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e saccheggio e detenzione di bottiglie molotov. All'atto dell'irruzione uno degli occupanti ha colpito con un coltello un agente di Polizia che non ha riportato lesioni perché protetto da un corpetto. Tutti i feriti sono stati condotti per le cure in ospedali cittadini". Il portavoce mostra anche le due molotov che sarebbero state trovate nell'ingresso della scuola, "nella disponibilità degli occupanti".
Il processo di Genova ha dimostrato ragionevolmente (e spesso con la qualità della certezza) che nessuna delle circostanze descritte dal portavoce del capo della polizia (capo della polizia era all'epoca Gianni De Gennaro) corrisponde al vero. Quelle accuse sono false, quelle ragioni sono inventate di sana pianta. Si dice che l'assalto (la "perquisizione") fu organizzato dopo che un corteo di auto e blindati della polizia era stato, poco prima della mezzanotte, assalito in via Cesare Battisti con pietre, bottiglie e bastoni. Il processo ha dimostrato che non c'è stata nessuna pattuglia aggredita. Si dice che gli ospiti della Diaz fossero già feriti, quindi coinvolti negli scontri in città.
Nessuno dei 93 arrestati era ferito prima di essere bastonato dai "celerini". Poliziotti, comandanti, dirigenti hanno riferito che, mentre entravano nella scuola, c'è stata contro di loro una sassaiola e addirittura il lancio di un maglio spaccapietre. I filmati hanno dimostrato che non fu lanciata alcun sasso e nessun maglio. Il comandante del Reparto Mobile di Roma ha scritto in un verbale che ci fu una vigorosa resistenza da parte di "alcuni degli occupanti, armati di spranghe, bastoni e quant'altro". Assicura che nella scuola (entra tra i primi) sono stati "abbandonati a terra, numerosi e vari attrezzi atti ad offendere, tipo bastoni, catene e anche un grosso maglio".
Nella scuola non c'è stata alcuna colluttazione, nessuna resistenza, soltanto un pestaggio. Nessuno degli occupanti ha tentato di uccidere con una coltellata il poliziotto Massimo Nucera. Due perizie dei carabinieri del Ris hanno smentito che lo sbrego nel suo corpetto possa essere il frutto di una coltellata. Nella scuola non c'erano molotov. Come ha testimoniato il vicequestore che le ha sequestrate, quelle due molotov furono ritrovate da lui non nella scuola la notte del 22 luglio, ma sul lungomare di Corso Italia nel pomeriggio del giorno precedente. La prova falsa, manipolata, è stata inspiegabilmente distrutta, durante il processo, nella questura di Genova.
In settimana il tribunale deciderà delle responsabilità personali dei 29 imputati (poliziotti, dirigenti, comandanti, alti funzionari della polizia di Stato) accusati di falso ideologico, abuso di ufficio, arresto illegale e calunnia. Quel che qui conta dire è che la responsabilità non penale, ma tecnico-politica di chi, impotente a fronteggiare i black bloc, si è abbandonato (per vendetta? per frustrazione? con quali ordini e di chi?) a pestaggi ingiustificati e indiscriminati, non può e non deve essere liquidata da questa sentenza. Centinaia di agenti, sottufficiali, ufficiali, dirigenti di polizia, funzionari del Dipartimento di pubblica sicurezza hanno mentito durante le indagini e al processo.
E chi non ha mentito, ha negato, taciuto o dissimulato quel che ha visto e saputo. Dell'assalto alla "Diaz" non inquieta soltanto il massacro di 93 cittadini inermi diventati in una notte "criminali" a cui non si riconosce alcuna garanzia e diritto. Quel che angoscia è anche questo silenzio arrogante, l'omertà indecorosa che manipola prove; costruisce a tavolino colpevoli; nasconde le responsabilità; sfida, senza alcuna lealtà istituzionale, il potere destinato ad accertare i fatti. Le apprensioni di sette anni raddoppiano ora che, decreto dopo decreto, si fa avanti un "diritto di polizia". Il Paese ha bisogno di sapere se il giuramento alla Costituzione delle forze dell'ordine non sia una impudente finzione. Perché quel che è accaduto a Mark Covell e ai suoi 92 occasionali compagni di sventura rende chiaro, più di qualsiasi riflessione, come uno Stato che si presenta nelle vesti di sbirro e carnefice fa assai presto a diventare uno Stato criminale quando il dissidente, il non conforme, l'altro diventa un "nemico" da annientare.
Giuseppe d'Avanzo
domenica 9 novembre 2008
Tempi duri

E' pronto per andare all'esame delle Camere il primo dei cinque disegni di legge che formano il Pacchetto Sicurezza del Ministro Maroni. A questo pacchetto nel corso di un Consiglio dei ministri straordinario del 31 ottobre è stato aggiunto un decreto legge, , che attribuisce ai prefetti il potere di espulsione dei cittadini comunitari violenti per motivi di pubblica sicurezza.
Il ddl di cui si parla in questo post è il numero 733, con modifiche rispetto ad una prima presentazione alle Camere in estate, e sarà in aula per la discussione da martedì. Le disposizioni inserite lasciano presagire una stretta nei confronti di immigrati e clochard, nell'ottica di gestire i problemi di integrazione della marginalità sociale come un problema di pubblica sicurezza. Qui di seguito i punti principali:
Schedatura dei clochard. Le persone che non ha fissa dimora verranno iscritte all'interno di un registro su scala nazionale, la cui disciplina è lasciato ad un decreto del Ministero dell'interno. E' piuttosto evidente come la previsione sia discriminatoria nei confronti di una determinata categoria di persone, solo per il fatto di essere senza dimora. A maggior ragione dal momento che la registrazione non è finalizzata a istituire una rete di servizi sociali a tutela delle persone in questa situazione. Il tentativo è quello di far passare le persone senza fissa dimora, portatori di un bisogno sociale irrinunciabile, come dei criminali da schedare.
Passa anche la proposta di modifica secondo la quale l’immobile in cui lo straniero intende fissare la propria residenza dovrà superare la verifica igienico-sanitaria da parte degli uffici comunali competenti. La conseguenza è che molti clochard usciranno dalle liste anagrafiche dei comuni di residenza, con le conseguenze in termini all'assistenza sanitaria e ai servizi sociali oppure l'impossibilità dei bambini di frequentare le scuole
Istituzionalizzazione delle ronde. E' uno di punti più inquietanti. Di fatto verrebbero istituzionalizzate le ronde padane, perché gli enti locali potranno avvalersi della collaborazione di associazioni di cittadini per svolgere presidio sul territorio. Come dice Luigi Manconi, coinvolgere i privati in una delle funzioni principali della sovranità dello Stato contrasta con il monopolio statuale dell'uso della forza, dal momento che non è neppure specificato il carattere pacifico (uso delle armi) di queste associazioni. Non è esclusa il perseguimento di queste associazioni di scopi politici, che è i contrasto con l'art. 18 Cost. Di fatto entra in soffitta il tanto pubblicizzato poliziotto di quartiere, dato anche i tagli alle FdO operate dalla Finanziaria, e si introduce il cittadino alla difesa del territorio, il che non costa nulla.
Introduzione del permesso a punti. Il rilascio del permesso di soggiorno, oltre alle restrizioni della legge Bossi-Fini (possesso di un contratto di lavoro prima dell'ingresso), deve sottostare alla stipula di un 'accordo di integrazione' e si prevede l'espulsione immediata alla fine dei punti, senza nessuna deroga per rifugiati e richiedenti asilo, ed è sottoposto per il rilascio ad una tassa di 200 euro, che contano non poco nella vita dell'immigrato al giorno d'oggi.
Non è specificato in base a cosa i punti vadano progressivamente sottratti (si rinvia infatti ad un regolamento del governo, che spieghi come si azzeri se delinqui, cosa che non si potrebbe fare data la riserva di legge esplicitata dall'art. 10 Cost.). Peccato che subordinare lo stato soggettivo di un individuo, quale per esempio la presenza in uno Stato, alla valutazione discrezionale del grado di integrazione della persona vada contro i principi del diritto internazionale. La valutazione dell'autorità amministrativa sarebbe diversa di caso in caso, dato che non sono ancora stati fissati i parametri.
Reato di immigrazione clandestina. Di fronte ai richiami della UE, e ore non incorrere in procedure di infrazione per violazione del diritto comunitario, Maroni ha dovuto fare un passo indietro derubricando l'ingresso irregolare da delitto a contravvenzione. Non si prevede più il carcere da 6 mesi a 4 anni né l'arresto immediato, ma il reato "d'ingresso e soggiorno illegale"verrà punito con un ammenda da 5 a 10mila euro, dopo il giudizio del giudice di pace, e sarà rivolto a tutti, chi arriva alle frontiere e chi è già nel nostro Paese.
Non si capisce l'esigenza di incriminare l'immigrazione clandestina, dal momento che l'unica sanzione praticabile è quella dell'espulsione, la cui esecuzione impedirebbe la prosecuzione dell'azione penale, richiesta dal fatto di classificarlo come reato. Sembra più che altro un grosso spot. Le espulsioni sono già state trattate dal decreto legge che dà ampio potere ai prefetti, citato prima.
La cosa grave è che non si prevedono cause di non punibilità o di sospensione dell'eventuale processo per le vittime di tratta e per i titolari di un permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale ( ex art. 18 TU sull'immigrazione). La norma sarebbe anche contro la libertà fondamentale dello ius migrandi sancito a livello internazionale e soprattutto sarebbe inapplicabile, dal momento che le norme relative all'intervento del giudice di pace per far funzionare il provvedimento ancora non esistono.
Nei cpt per 18 mesi. Nei casi di difficoltà di identificazione dell'identità o della nazionalità dello straniero è prevista la detenzione fino a 18 mesi nei cpt, che adesso si chiamano centri di identificazione. Il governo addirittura si richiama, per questa disposizione, ad una direttiva Ce, la migration policy, che però, guarda caso, prevede che il termine massimo dei 18 mesi riguardi i casi di resistenza all'identificazione, non solo della mera difficoltà. Sembra che facciano apposta ad andare contro Bruxelles.
Inoltre la pratica dimostra come per identificare uno straniero servano al massimo 60 giorni, e quindi è inspiegabile l'allungamento di questa detenzione di carattere amministrativo per un tempo uguale e pene previste per reati di una certa gravità. Non viene detto nulla riguardo agli accordi di riammissione con gli altri stati che faciliterebbero le espulsioni. L'aspetto più grave sarebbe comunque la detenzione vera e propria per qualcosa che non dipende dal comportamento dell'individuo, ma dall'assenza dei documenti. Quindi da un lato non si da il carcere per l'immigrazione clandestina, ma dall'latro aumenta il periodo di detenzione nei cpt per l'identificazione.
Questi i provvedimenti principali e che fanno più discutere. Ma non si finisce qua: è previsto un referendum popolare prima dell'edificazione di moschee, un qualsiasi altro luogo di culto per una confessione religiosa che non ha siglato un’intesa con lo Stato italiano e di campi nomadi; venire in Italia per studiare la lingua sarà sempre più difficile dal momento che per avere il permesso di soggiorno, infatti, si dovrà superare un test linguistico (incredibile..); è previsto il rimpatrio dei minori comunitari che esercitano l'attività di prostituzione, senza assicurare loro la possibilità di accoglienza e di protezione in Italia; si subordina la possibilità di contrarre matrimonio, cioè di un diritto fondamentale e non legato alla cittadinanza, al possesso di permesso di soggiorno e è prevista una stretta anche sui ricongiungimenti familiari.
Per fortuna nel testo licenziato dalla Commissione non sembra esserci più la disposizione che restringeva l'accesso alle cure sanitarie degli immigrati clandestini, prevedendo l'obbligo di segnalazione all'autorità e la costrizione al pagamento delle spese sanitarie, che va contro il principio costituzionale delle cure gratuite agli indigenti.
E' chiaro come la mano della Lega si decisamente presente nelle previsioni di legge. Si spera che il Parlamento possa fare adeguati emendamenti, ma visto il ruolo ancillare che ha avuto fino ad adesso, non ho molta fiducia a riguardo.
Per finire, la UE ha avuto modo di richiamare, ancora, il governo riguardo ad alcuni articoli presenti in una legge a caso, indovinate quale: la legge 133! La stessa dei tagli all'istruzione pubblica. Il commissario alla giustizia Barrot ha sollecitato le autorità italiane a fornire spiegazioni relativamente all'art. 11 (piano casa), all'art. 20 (disposizioni in materia contributiva), all'art. 81(settore petrolifero e del gas...) all'art. 83(controllo fiscale), che appaiono oggettivamente discriminatorie verso gli stranieri e perciò contrari al diritto comunitario.
Attendiamo procedimento d'infrazione e condanna da parte della Corte di Giustizia europea.
Avanti così.
alla prossima, ilbaglio
fonti: LaStampa, LaRepubblica, L'unità di sabato 9 novembre
Il ddl di cui si parla in questo post è il numero 733, con modifiche rispetto ad una prima presentazione alle Camere in estate, e sarà in aula per la discussione da martedì. Le disposizioni inserite lasciano presagire una stretta nei confronti di immigrati e clochard, nell'ottica di gestire i problemi di integrazione della marginalità sociale come un problema di pubblica sicurezza. Qui di seguito i punti principali:
Schedatura dei clochard. Le persone che non ha fissa dimora verranno iscritte all'interno di un registro su scala nazionale, la cui disciplina è lasciato ad un decreto del Ministero dell'interno. E' piuttosto evidente come la previsione sia discriminatoria nei confronti di una determinata categoria di persone, solo per il fatto di essere senza dimora. A maggior ragione dal momento che la registrazione non è finalizzata a istituire una rete di servizi sociali a tutela delle persone in questa situazione. Il tentativo è quello di far passare le persone senza fissa dimora, portatori di un bisogno sociale irrinunciabile, come dei criminali da schedare.
Passa anche la proposta di modifica secondo la quale l’immobile in cui lo straniero intende fissare la propria residenza dovrà superare la verifica igienico-sanitaria da parte degli uffici comunali competenti. La conseguenza è che molti clochard usciranno dalle liste anagrafiche dei comuni di residenza, con le conseguenze in termini all'assistenza sanitaria e ai servizi sociali oppure l'impossibilità dei bambini di frequentare le scuole
Istituzionalizzazione delle ronde. E' uno di punti più inquietanti. Di fatto verrebbero istituzionalizzate le ronde padane, perché gli enti locali potranno avvalersi della collaborazione di associazioni di cittadini per svolgere presidio sul territorio. Come dice Luigi Manconi, coinvolgere i privati in una delle funzioni principali della sovranità dello Stato contrasta con il monopolio statuale dell'uso della forza, dal momento che non è neppure specificato il carattere pacifico (uso delle armi) di queste associazioni. Non è esclusa il perseguimento di queste associazioni di scopi politici, che è i contrasto con l'art. 18 Cost. Di fatto entra in soffitta il tanto pubblicizzato poliziotto di quartiere, dato anche i tagli alle FdO operate dalla Finanziaria, e si introduce il cittadino alla difesa del territorio, il che non costa nulla.
Introduzione del permesso a punti. Il rilascio del permesso di soggiorno, oltre alle restrizioni della legge Bossi-Fini (possesso di un contratto di lavoro prima dell'ingresso), deve sottostare alla stipula di un 'accordo di integrazione' e si prevede l'espulsione immediata alla fine dei punti, senza nessuna deroga per rifugiati e richiedenti asilo, ed è sottoposto per il rilascio ad una tassa di 200 euro, che contano non poco nella vita dell'immigrato al giorno d'oggi.
Non è specificato in base a cosa i punti vadano progressivamente sottratti (si rinvia infatti ad un regolamento del governo, che spieghi come si azzeri se delinqui, cosa che non si potrebbe fare data la riserva di legge esplicitata dall'art. 10 Cost.). Peccato che subordinare lo stato soggettivo di un individuo, quale per esempio la presenza in uno Stato, alla valutazione discrezionale del grado di integrazione della persona vada contro i principi del diritto internazionale. La valutazione dell'autorità amministrativa sarebbe diversa di caso in caso, dato che non sono ancora stati fissati i parametri.
Reato di immigrazione clandestina. Di fronte ai richiami della UE, e ore non incorrere in procedure di infrazione per violazione del diritto comunitario, Maroni ha dovuto fare un passo indietro derubricando l'ingresso irregolare da delitto a contravvenzione. Non si prevede più il carcere da 6 mesi a 4 anni né l'arresto immediato, ma il reato "d'ingresso e soggiorno illegale"verrà punito con un ammenda da 5 a 10mila euro, dopo il giudizio del giudice di pace, e sarà rivolto a tutti, chi arriva alle frontiere e chi è già nel nostro Paese.
Non si capisce l'esigenza di incriminare l'immigrazione clandestina, dal momento che l'unica sanzione praticabile è quella dell'espulsione, la cui esecuzione impedirebbe la prosecuzione dell'azione penale, richiesta dal fatto di classificarlo come reato. Sembra più che altro un grosso spot. Le espulsioni sono già state trattate dal decreto legge che dà ampio potere ai prefetti, citato prima.
La cosa grave è che non si prevedono cause di non punibilità o di sospensione dell'eventuale processo per le vittime di tratta e per i titolari di un permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale ( ex art. 18 TU sull'immigrazione). La norma sarebbe anche contro la libertà fondamentale dello ius migrandi sancito a livello internazionale e soprattutto sarebbe inapplicabile, dal momento che le norme relative all'intervento del giudice di pace per far funzionare il provvedimento ancora non esistono.
Nei cpt per 18 mesi. Nei casi di difficoltà di identificazione dell'identità o della nazionalità dello straniero è prevista la detenzione fino a 18 mesi nei cpt, che adesso si chiamano centri di identificazione. Il governo addirittura si richiama, per questa disposizione, ad una direttiva Ce, la migration policy, che però, guarda caso, prevede che il termine massimo dei 18 mesi riguardi i casi di resistenza all'identificazione, non solo della mera difficoltà. Sembra che facciano apposta ad andare contro Bruxelles.
Inoltre la pratica dimostra come per identificare uno straniero servano al massimo 60 giorni, e quindi è inspiegabile l'allungamento di questa detenzione di carattere amministrativo per un tempo uguale e pene previste per reati di una certa gravità. Non viene detto nulla riguardo agli accordi di riammissione con gli altri stati che faciliterebbero le espulsioni. L'aspetto più grave sarebbe comunque la detenzione vera e propria per qualcosa che non dipende dal comportamento dell'individuo, ma dall'assenza dei documenti. Quindi da un lato non si da il carcere per l'immigrazione clandestina, ma dall'latro aumenta il periodo di detenzione nei cpt per l'identificazione.
Questi i provvedimenti principali e che fanno più discutere. Ma non si finisce qua: è previsto un referendum popolare prima dell'edificazione di moschee, un qualsiasi altro luogo di culto per una confessione religiosa che non ha siglato un’intesa con lo Stato italiano e di campi nomadi; venire in Italia per studiare la lingua sarà sempre più difficile dal momento che per avere il permesso di soggiorno, infatti, si dovrà superare un test linguistico (incredibile..); è previsto il rimpatrio dei minori comunitari che esercitano l'attività di prostituzione, senza assicurare loro la possibilità di accoglienza e di protezione in Italia; si subordina la possibilità di contrarre matrimonio, cioè di un diritto fondamentale e non legato alla cittadinanza, al possesso di permesso di soggiorno e è prevista una stretta anche sui ricongiungimenti familiari.
Per fortuna nel testo licenziato dalla Commissione non sembra esserci più la disposizione che restringeva l'accesso alle cure sanitarie degli immigrati clandestini, prevedendo l'obbligo di segnalazione all'autorità e la costrizione al pagamento delle spese sanitarie, che va contro il principio costituzionale delle cure gratuite agli indigenti.
E' chiaro come la mano della Lega si decisamente presente nelle previsioni di legge. Si spera che il Parlamento possa fare adeguati emendamenti, ma visto il ruolo ancillare che ha avuto fino ad adesso, non ho molta fiducia a riguardo.
Per finire, la UE ha avuto modo di richiamare, ancora, il governo riguardo ad alcuni articoli presenti in una legge a caso, indovinate quale: la legge 133! La stessa dei tagli all'istruzione pubblica. Il commissario alla giustizia Barrot ha sollecitato le autorità italiane a fornire spiegazioni relativamente all'art. 11 (piano casa), all'art. 20 (disposizioni in materia contributiva), all'art. 81(settore petrolifero e del gas...) all'art. 83(controllo fiscale), che appaiono oggettivamente discriminatorie verso gli stranieri e perciò contrari al diritto comunitario.
Attendiamo procedimento d'infrazione e condanna da parte della Corte di Giustizia europea.
Avanti così.
alla prossima, ilbaglio
fonti: LaStampa, LaRepubblica, L'unità di sabato 9 novembre
L'Obama italiano

Nelle provinciale salita sul carro del vincitore che in questi giorni contraddistingue le dichiarazioni bipartisan dei politici nostrani, c'è anche chi ha avuto il coraggio di dire, come Gasparri, che in Italia avremmo già il nostro Obama, e sarebbe ovviamente Berlusconi.
Stufo di sentire frasi buttate al vento senza uno straccio di motivazione plausibile, andiamo a vedere se un'affermazione del genere può stare in piedi.
Innanzitutto l'aspetto anagrafico: il nostro presidente ha la bellezza di 72 anni e, sebbene non sia un dinosauro della politica come Veltroni, è già in campo dalla bellezza di 14 anni. Obama di anni ne ha 47 e ha giurato da senatore federale nel 2005. Da noi sarebbe improbabile che un novellino della politica, anagraficamente parlando, possa ambire ad arrivare alla Presidenza del Consiglio.
L'ingresso di Berlusconi in politica ha coinciso con la nascita dell'era delle cosiddette leggi ad personam, cioè delle leggi che hanno influito favorevolmente sugli interessi personali del premier, specialmente quelli giudiziari, dal momento che i processi a cui è stato sottposto il Cavaliere sono 17, 5 ancora in in corso e 12 conclusi (solo 3 assoluzioni nel merito, di cui 2 con formula dubitativa, 2 processi sono finiti con l'assoluzione perché il fatto non costituisce più reato, dal momento che l'imputato se lo è depenalizzato, 2 amnistie e 5 prescrizioni, per attenuanti generiche e per riduzione dei tempi di prescrizione che i sui berluscloni hanno approvato per legge).
Obama non è stato imputato in nessun processo, forse in America hanno l'abitudine di non candidare alla carica più alta gente coinvolta in processi e poi garantirgli l'impunità. Sembrerebbe un pelo sconveniente.
A ciò aggiungiamo che il premier nostrano ha il controllo di 5 delle 7 principali reti televisive nazionali: 3 sono sue (mediaset), rai1 e rai2, almeno per l'informazione, sono ampiamente sbilanciati a favore del governo, come ha affermato l'Agcom qualche settimana fa.
Obama, da quando è in politica, ha adottato provvedimenti che vanno a favore delle classi sociali più disagiate. Da senatore dell'Illinois Obama aiutò a realizzare degli sgravi fiscali sul reddito per favorire le famiglie a basso reddito, lavorò su una legge che aiutava i residenti che non si potevano permettere un'assicurazione sanitaria, e aiutò a promuovere leggi per aumentare la prevenzione dell'AIDS e programmi di assistenza. Inoltre, grazie all'esperienza per essere stato avvocato a difesa dei diritti civili a Chicago, creò una legge che obbliga tutt'ora la polizia a registrare gli interrogatori nei confronti di criminali punibili con la pena di morte, e ha favorito una legge che richiede alle assicurazioni di coprire le mammografie di routine.
Al Senato federale il suo primo disegno di legge è stata la "Legge per l'aumento delle borse di studio universitarie Pell", mantenendo una promessa elettorale (strana abitudine...), aumentando l'ammontare massimo di borse di studio "Pell Grant" per aiutare studenti di famiglie a basso reddito a pagare le rette universitarie. Obama svolse un ruolo attivo nello sforzo del Senato per migliorare la sicurezza dei confini e le riforme sull'immigrazione, sulla riduzione delle armi di distruzione di massa, tra cui anche le armi convenzionali e ha invocato, durante la 110° legislatura, la fine di "ogni pratica che faccia pensare ad un cittadino ragionevole che un politico deve qualcosa ad un lobbista" ( uno che fa affari). Proprio come il nostro...
La differenza diventa ancora più evidente se andiamo ad analizzare i punti principali del programma di Obama in confronto con quanto fatto dal il premier italiano fino ad adesso.
Per affrontare la crisi economica Obama propone sgravi fiscali alle famiglie con redditi bassi (sotto i 75.000 dollari l'anno), l'aumento delle tasse per chi ne percepisce più di 250.000 e la creazione di un fondo d'investimento di 50 miliardi di dollari per rimettere in marcia l'economia e salvare dalla disoccupazione più di un milione di americani. Incentivi alle imprese che assumono ed esenzione della tasse per i pensionati con redditi più bassi. L'obiettivo finale sarebbe quello di un programma di recupero del salario sociale e garantire l'assistenza sanitaria a tappeto, in un Paese da sempre legato alle assicurazioni private a discapito della gente più povera.
Berlusconi, dopo gli aiuti alle banche insieme al resto dell'UE, per fronteggiare la crisi finanziaria invitava i risparmiatori a non vendere nessuna azione e anzi investire i propri risparmi in aziende sane, tra cui Medaset, che è sua. Dopo aver sempre rifiutato l'intervento dello Stato nell'economia come residuo bolscevico, non ha avuto problemi a fare marcia indietro di fronte allo sfacelo dell'economia di mercato. Nessuna misura sarà presa, per ora, a favore delle famiglie, come ha confermato ieri, per ora solo aiuti minimi alle piccole e medie imprese, relativamente al pagamento dell'Iva. In compenso taglia pesantemente l'istruzione pubblica di ogni ordine e grado.
Dal punto di vista ambientale, Obama riconosce la centralità dell'ambiente, come priorità assoluta e non come variabile dipendente dall'economia. Prevede l'accelerazione dei negoziati multilaterali per il 'dopo Kyoto', per una politica globale, che coinvolga tutti i Paesi, per prevenire per quanto possibile i cambiamenti climatici.
Dal punto di vista delle politiche energetiche, Obama promette un taglio delle emissioni di anidride carbonica dell'80 % entro il 2050 rispetto ai livelli del 1990 e una veloce uscita dalla dipendenza del petrolio. Tutto ciò grazie al cambiamento del paradigma energetico che non rinuncerà al nucleare, ma darà priorità alle energie rinnovabili.
Il governo italiano attuale ha creato un mezzo caso diplomatico nel rifiutare l'accordo già preso a Marzo in ambito UE, che ha preso la siglia 20-20-20, ovvero il raggiungimento del 20 per cento della produzione energetica da fonti rinnovabili, il miglioramento del 20 per cento dell'efficienza e un taglio del 20 per cento nelle emissioni di anidride carbonica. Traguardi da raggiungere tutti entro la data del 2020. Questo perchè penalizzerebbe troppo le imprese italiane, mettendosi però dalla parte dei paesi del'Est Europa, che pur di crescere economicamente sono disposti a metere in second piano l'ambiente. Il che a mio modo di vedere è abbastanza significativo rispetto allo stato di salute dell'economia italiana. Il caso si è creato perché l'Italia avrebbe fornito cifre false rispetto ai costi per giustificare questa scelta.
Inoltre la settimana passata ha visto prendere le prime decisioni, ancora embrionali, relativamente al ritorno del nucleare civile, anche se non ci sono adeguate garanzie di sicurezza e di smaltimento adeguato delle scorie, calpestano il referendum del 1987 con i quale il popolo itlaliano si dichiarava contrari alla presenza di centrali nucleari sul suo territorio.
Sempre relativamente al'ambiente, Berlusconi ha detto che le grandi infrastrutture, tipo il Corridoio5 per la TAV, verrano realizzate anche con la forza, a scapito sia dell'ambiente sia di chi protesta contro l'inutilità di queste grandi opere.
Altre sfide di Obama riguardano la politica estera, nella quale è previsto il progressivo disimpegno dall'Iraq e l'impiego di ulteriori forze in Afghanistan, coniugando la sicurezza con i rispetto dei diritti umani, sia negli USA che all'estero. Cominciando con la chiusura della prigione di Guantanamo Bay, il simbolo della nuova lotta al terrorismo iniziato dall'amministrazione Bush in spregio alle regole e ai principi del diritto internazionale. In quest'ambito è difficile capire quale sarà la posizione dell'Italia, dal momento che negli ultimi 8 anni è stata fedele acriticamente a tutto quanto deciso dall'amico George.
Certo più chiarezza sarebbe necessaria riguardo al rapimento dell'imam Abu Omar da parte della CIA con l'aiuto dei nostri servizi segreti secondo la logica delle renditions, detenzioni illegali con torture annesse. Nel processo che è in corso a Milano i diretti interessati fanno uso del segreto di Stato per evitare di rispondere alle domande dei PM.
Quelle di Obama sono per adesso solo proposte e promesse da campagna elettorale. Bisogna attenderlo al varco, dal momento che Bush junior non poteva consegnarli il Paese in condizioni peggiori, sotto tutti i punti di vista.
Quello di Berlusconi purtroppo è già stato fatto, e non è il massimo della vita. E dimostra, dati alla mano, come non esistano due concezioni più opposte di fare politica.
alla prossima, ilbaglio
Stufo di sentire frasi buttate al vento senza uno straccio di motivazione plausibile, andiamo a vedere se un'affermazione del genere può stare in piedi.
Innanzitutto l'aspetto anagrafico: il nostro presidente ha la bellezza di 72 anni e, sebbene non sia un dinosauro della politica come Veltroni, è già in campo dalla bellezza di 14 anni. Obama di anni ne ha 47 e ha giurato da senatore federale nel 2005. Da noi sarebbe improbabile che un novellino della politica, anagraficamente parlando, possa ambire ad arrivare alla Presidenza del Consiglio.
L'ingresso di Berlusconi in politica ha coinciso con la nascita dell'era delle cosiddette leggi ad personam, cioè delle leggi che hanno influito favorevolmente sugli interessi personali del premier, specialmente quelli giudiziari, dal momento che i processi a cui è stato sottposto il Cavaliere sono 17, 5 ancora in in corso e 12 conclusi (solo 3 assoluzioni nel merito, di cui 2 con formula dubitativa, 2 processi sono finiti con l'assoluzione perché il fatto non costituisce più reato, dal momento che l'imputato se lo è depenalizzato, 2 amnistie e 5 prescrizioni, per attenuanti generiche e per riduzione dei tempi di prescrizione che i sui berluscloni hanno approvato per legge).
Obama non è stato imputato in nessun processo, forse in America hanno l'abitudine di non candidare alla carica più alta gente coinvolta in processi e poi garantirgli l'impunità. Sembrerebbe un pelo sconveniente.
A ciò aggiungiamo che il premier nostrano ha il controllo di 5 delle 7 principali reti televisive nazionali: 3 sono sue (mediaset), rai1 e rai2, almeno per l'informazione, sono ampiamente sbilanciati a favore del governo, come ha affermato l'Agcom qualche settimana fa.
Obama, da quando è in politica, ha adottato provvedimenti che vanno a favore delle classi sociali più disagiate. Da senatore dell'Illinois Obama aiutò a realizzare degli sgravi fiscali sul reddito per favorire le famiglie a basso reddito, lavorò su una legge che aiutava i residenti che non si potevano permettere un'assicurazione sanitaria, e aiutò a promuovere leggi per aumentare la prevenzione dell'AIDS e programmi di assistenza. Inoltre, grazie all'esperienza per essere stato avvocato a difesa dei diritti civili a Chicago, creò una legge che obbliga tutt'ora la polizia a registrare gli interrogatori nei confronti di criminali punibili con la pena di morte, e ha favorito una legge che richiede alle assicurazioni di coprire le mammografie di routine.
Al Senato federale il suo primo disegno di legge è stata la "Legge per l'aumento delle borse di studio universitarie Pell", mantenendo una promessa elettorale (strana abitudine...), aumentando l'ammontare massimo di borse di studio "Pell Grant" per aiutare studenti di famiglie a basso reddito a pagare le rette universitarie. Obama svolse un ruolo attivo nello sforzo del Senato per migliorare la sicurezza dei confini e le riforme sull'immigrazione, sulla riduzione delle armi di distruzione di massa, tra cui anche le armi convenzionali e ha invocato, durante la 110° legislatura, la fine di "ogni pratica che faccia pensare ad un cittadino ragionevole che un politico deve qualcosa ad un lobbista" ( uno che fa affari). Proprio come il nostro...
La differenza diventa ancora più evidente se andiamo ad analizzare i punti principali del programma di Obama in confronto con quanto fatto dal il premier italiano fino ad adesso.
Per affrontare la crisi economica Obama propone sgravi fiscali alle famiglie con redditi bassi (sotto i 75.000 dollari l'anno), l'aumento delle tasse per chi ne percepisce più di 250.000 e la creazione di un fondo d'investimento di 50 miliardi di dollari per rimettere in marcia l'economia e salvare dalla disoccupazione più di un milione di americani. Incentivi alle imprese che assumono ed esenzione della tasse per i pensionati con redditi più bassi. L'obiettivo finale sarebbe quello di un programma di recupero del salario sociale e garantire l'assistenza sanitaria a tappeto, in un Paese da sempre legato alle assicurazioni private a discapito della gente più povera.
Berlusconi, dopo gli aiuti alle banche insieme al resto dell'UE, per fronteggiare la crisi finanziaria invitava i risparmiatori a non vendere nessuna azione e anzi investire i propri risparmi in aziende sane, tra cui Medaset, che è sua. Dopo aver sempre rifiutato l'intervento dello Stato nell'economia come residuo bolscevico, non ha avuto problemi a fare marcia indietro di fronte allo sfacelo dell'economia di mercato. Nessuna misura sarà presa, per ora, a favore delle famiglie, come ha confermato ieri, per ora solo aiuti minimi alle piccole e medie imprese, relativamente al pagamento dell'Iva. In compenso taglia pesantemente l'istruzione pubblica di ogni ordine e grado.
Dal punto di vista ambientale, Obama riconosce la centralità dell'ambiente, come priorità assoluta e non come variabile dipendente dall'economia. Prevede l'accelerazione dei negoziati multilaterali per il 'dopo Kyoto', per una politica globale, che coinvolga tutti i Paesi, per prevenire per quanto possibile i cambiamenti climatici.
Dal punto di vista delle politiche energetiche, Obama promette un taglio delle emissioni di anidride carbonica dell'80 % entro il 2050 rispetto ai livelli del 1990 e una veloce uscita dalla dipendenza del petrolio. Tutto ciò grazie al cambiamento del paradigma energetico che non rinuncerà al nucleare, ma darà priorità alle energie rinnovabili.
Il governo italiano attuale ha creato un mezzo caso diplomatico nel rifiutare l'accordo già preso a Marzo in ambito UE, che ha preso la siglia 20-20-20, ovvero il raggiungimento del 20 per cento della produzione energetica da fonti rinnovabili, il miglioramento del 20 per cento dell'efficienza e un taglio del 20 per cento nelle emissioni di anidride carbonica. Traguardi da raggiungere tutti entro la data del 2020. Questo perchè penalizzerebbe troppo le imprese italiane, mettendosi però dalla parte dei paesi del'Est Europa, che pur di crescere economicamente sono disposti a metere in second piano l'ambiente. Il che a mio modo di vedere è abbastanza significativo rispetto allo stato di salute dell'economia italiana. Il caso si è creato perché l'Italia avrebbe fornito cifre false rispetto ai costi per giustificare questa scelta.
Inoltre la settimana passata ha visto prendere le prime decisioni, ancora embrionali, relativamente al ritorno del nucleare civile, anche se non ci sono adeguate garanzie di sicurezza e di smaltimento adeguato delle scorie, calpestano il referendum del 1987 con i quale il popolo itlaliano si dichiarava contrari alla presenza di centrali nucleari sul suo territorio.
Sempre relativamente al'ambiente, Berlusconi ha detto che le grandi infrastrutture, tipo il Corridoio5 per la TAV, verrano realizzate anche con la forza, a scapito sia dell'ambiente sia di chi protesta contro l'inutilità di queste grandi opere.
Altre sfide di Obama riguardano la politica estera, nella quale è previsto il progressivo disimpegno dall'Iraq e l'impiego di ulteriori forze in Afghanistan, coniugando la sicurezza con i rispetto dei diritti umani, sia negli USA che all'estero. Cominciando con la chiusura della prigione di Guantanamo Bay, il simbolo della nuova lotta al terrorismo iniziato dall'amministrazione Bush in spregio alle regole e ai principi del diritto internazionale. In quest'ambito è difficile capire quale sarà la posizione dell'Italia, dal momento che negli ultimi 8 anni è stata fedele acriticamente a tutto quanto deciso dall'amico George.
Certo più chiarezza sarebbe necessaria riguardo al rapimento dell'imam Abu Omar da parte della CIA con l'aiuto dei nostri servizi segreti secondo la logica delle renditions, detenzioni illegali con torture annesse. Nel processo che è in corso a Milano i diretti interessati fanno uso del segreto di Stato per evitare di rispondere alle domande dei PM.
Quelle di Obama sono per adesso solo proposte e promesse da campagna elettorale. Bisogna attenderlo al varco, dal momento che Bush junior non poteva consegnarli il Paese in condizioni peggiori, sotto tutti i punti di vista.
Quello di Berlusconi purtroppo è già stato fatto, e non è il massimo della vita. E dimostra, dati alla mano, come non esistano due concezioni più opposte di fare politica.
alla prossima, ilbaglio
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