giovedì 20 novembre 2008

Bastone e carota.


Era un che il Ministro Alfano non ci deliziava con qualche sua genialata. Era scomparso dalla vista, se ben ricordo, dopo l'approvazione dell'ormai famigerato 'Lodo Alfano', che ha concessol'immunità processuale al suo padrone. Non male come biglietto da visita. Il posto da copertina però è stato da tempo conquistato dal altri Ministri del governo, tra cui le vallette Carfagna e Gelmini, che hanno costretto il Ministro della Giustizia nel dimenticatoio.
Nel mentre il nostro non se ne stava con le mani in mano, ma lavorava alacremente e diligentemente ad una proposta di disegno di legge da sottoporre al Consiglio dei Ministri. Dopo aver proposto, come soluzione per lo svuotamento delle carceri, l'introduzione del braccialetto elettronico (mezzo obsoleto e di zero efficacia) ed espulsioni, ha cambiato direzione ed ha preferito intervenire sulle norme del codice che disciplinano la sospensione condizionale della pena l'istituto della 'messa alla prova'.
Nel ddl Alfano sono presenti infatti due indirizzi che però vanno in direzioni diammetralmente opposte: da un lato infatti si vorrebbe riformare l'istituto della sospensione condizionale della pena, che oggi consente, in parole povere, di non far andare in carcere chi è alla prima grana giudiziaria. Il ddl prevede che, per fruirne, "il condannato assicuri un parziale ristoro alla collettività", attraverso lavori socialmente utili.
Quindi sospensione condizionale legata all'obbligo di lavori socialmente utili. Logica del bastone. Altrimenti carcere, anche per pene di breve entità, nell'ottica di concedere la sospensione senza avere nulla in cambio. La cosa non sarebbe male in , ma questa prospettiva si scontra con la situazione disastrata delle carceri italiane, nuovamente sovrappopolate e con una previsione nel marzo 2009 di 62 mila detenuti, come prima dell'indulto. E' evidente come, di fronte alla scelta se fare lavori socialmente utili o il carcere, la scelta del condannato vada necessariamente nella prima direzione, ma questo non risolve il problema di fondo della situazione carceraria italiana.

Ecco allora la 'carota' del disegno di legge, che rispolvera l'istituto pensato dal predecessore Mastella, la "messa in prova", ma raddoppia la massima pena prevista, dal momento che i reati compresi riguardano condanne fino a 4 anni. Chi rischia un processo, prima che cominci (fino al rinvio a giudizio), può chiedere al giudice "d'essere messo alla prova" in cambio di un lavoro socialmente utile. Che alla fine, se la prova ve bene, cancellerà tutto, il processo e pure il reato.
L'istituto della messa in prova è tutt'oggi vigente nei processi penali minorili; se però è concepibile un'istituto del genere per minorenni, cui è meglio far evitare il trauma del processo e del carcere per evitare di influire negativamente sulle loro esperienze già segnate dalla devianza, in un 'ottica prettamente rieducativa, lo stesso è più di difficile da affermare per persone adulte. Anche perché il Ministro sembra essere caduto nel solito vizietto, cioè quello di inserire, con l'apposizione del limite dei 4 anni, una lunghissima lista di reati, dalla corruzione semplice (punita fino a tre anni), ai falsi in bilancio, che rischiano d'essere lavati via senza un giorno di cella. Processi evitati per reati odiosi come frodi in commercio, manovre speculative, ma pure per un attentato ad impianti di pubblica utilità, per furti non aggravati, danneggiamenti, usura impropria, appropriazione indebita, omissione di soccorso, per finire alle violenze private. E dire che, nella relazione, si citano "reati di criminalità medio-piccola" per cui "l'esito della messa in prova estingue il reato". In qualsiasi modo la si voglia chiamare, si tratterebbe di una vera e propria amnistia per questo tipo di reati, che inoltre non lascerebbero traccia sulla fedina penale, questo significa l'estinzione del reato. A sfruttare al meglio le misure sarà chi, grazie a un lavoro di prestigio o a mezzi economici, potrà pagarsi un famoso avvocato e ottenere da Comuni e Regioni i lavori migliori, dal momento che viene delegata agli enti local la predisposizione di questi programmi.
Anche nella famosa legge blocca-processi, poi ritirata, l'obiettivo era comunque quello di inserire questa tipologia di reati, tipici dei colletti bianchi, tra i processi da bloccare.

Per adesso c'è stata la levata di scudi di Lega e An di fronte a queste proposta, dal momento che sarebbe difficile far capire come provvedimenti del genere si coniughino con la tolleranza zero, pensiero unico che domina le politiche di sicurezza.
A me piacerebbe che fosse fatto un altro passo in questo ragionamento: capire come i provvedimenti di sicurezza in via di approvazione possano influire sulla nostra, di sicurezza.

alla prossima, ilbaglio

fonte la Repubblica

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