
Oggi il Capo della Polizia, inviando una lettera a Repubblica, ha affermato "che il Paese abbia bisogno di spiegazioni su quel che realmente accadde a Genova. L'Istituzione, attraverso di me, si muove e si muoverà a tal fine senza alcuna riserva, non attraverso proclami via stampa, ma nelle sedi istituzionali e costituzionali", mostrando quindi, almeno a parole, una breccia nel muro di omertà che ha caratterizzato l'atteggiamento dei vertici di Polizia dal G8 di Genova ad oggi, riguardo ai fatti di quei giorni.
L'intento di Manganelli è nobile, ma credo che sarà difficile finché nella Polizia esisteranno e lavoreranno persone come Vincenzo Canterini. L'ex-comandante del VII reparto mobile della Celere, quelli che di fatto sono entrati e hanno pestato, insultato, ferito 83 persone, mandandone in coma 3 nell'irruzione alla Diaz. Adesso è funzionario per l'INTERPOL in Romania, ovviamente promosso, ma allontanato, dopo i fatti di Genova.
Anche Canterini ha scritto una lettera ai suoi 'ragazzi', che rende bene quale sia il clima e la mentalità all'interno di certi reparti delle FdO, specialmente quelli deputati all'ordine pubblico.
"Cari ragazzi del VII Nucleo,
l'anno 1999 fu un anno importante per il Reparto Mobile di Roma, infatti unitamente ai normali, gravosi e spesso pericolosi compiti che normalmente svolgevamo in ambito di Ordine Pubblico, ricevemmo l'importante incarico di prepararci per l'impegnativo appuntamento del G8 che si sarebbe tenuto a Genova.
Ricevemmo un incarico similare per quanto riguardava tutti gli altri Reparti del Paese che a scaglioni vennero da noi e si addestrarono con il nostro stesso entusiasmo. Ricorderete senza dubbio l'atmosfera di quei giorni, si lavorava duramente e in amicizia, eravamo un gruppo ( seppur numeroso ) estremamente sereno ed unito. Chi scrive aveva spesso l'orgoglio di mostrare a tutti coloro che venivano al Reparto il grado di addestramento che avevamo raggiunto ed i progressi che stavamo facendo.
In effetti, se ben ricorderete, eravamo consapevoli di quanto era importante quello che ci era stato ordinato di fare, perchè, nella nostra esperienza e nella nostra convinzione, sapevamo benissimo che poliziotti addestrati e mentalmente preparati sarebbero stati una garanzia soprattutto per la corretta difesa dei cittadini oltre che per la nostra incolumità.
Arrivati a Genova ci siamo messi a fare servizio nelle condizioni di disagio e di pericolo che ci aspettavamo. Abbiamo avuto i nostri feriti, i nostri ustionati e, seguendo quasi un istinto che forse trascendeva dal semplice Dovere Istituzionale, abbiamo buttato il cuore oltre l'ostacolo profondendo il nostro corpo e le nostre energie nel contrasto ad individui mascherati, violenti ed organizzati, quanto e forse meglio di noi.
Dopo 18 ore di servizio siamo stati richiamati di nuovo all'opera e ci è stato ordinato di entrare in piena notte, in un edificio che non conoscevamo, dicendoci che probabilmente vi avremmo trovato occupanti pericolosi ed armati.
Io e voi sappiamo benissimo quello che è successo, ci siamo guardati più volte negli occhi; e guardandoci abbiamo capito quanto fosse alta la nostra professionalità e quanto il CAMERATISMO e la dignità di ognuno di noi si riflettesse nello sguardo di tutti gli altri.
Abbiamo perso una battaglia; ma quante volte ci siamo sentiti umiliati e forse traditi, quante volte chi ci aggrediva pensava di averci sopraffatto e poi si accorgeva che invece eravamo vivi e fieri di essere noi; quante volte abbiamo fatto in modo, anche se feriti nel corpo e nell'animo di dimostrare loro che i perdenti non eravamo noi, ma loro, che pensavano con la violenza ed il sopruso di poterci definitivamente sovrastare. Lasciamo tutte queste persone nei loro passamontagna e con i loro bastoni, diamogli l'illusione di aver vinto e FACCIAMOGLI VEDERE che alla lunga saremo noi a vincere e potremo guardare loro negli occhi non con odio, ma con la serena consapevolezza della nostra innocenza.
Coraggio ragazzi, il vostro Comandante vi è vicino ed ancora indossa il casco e impugna il manganello insieme a voi. Ancora non ci hanno messo a terra."
A mio modo di vedere, questa lettera ripropone l'atteggiamento e le menzogne potate avanti in questi anni: rivendica uno spirito di copro omertoso, è un avvertimento alle gerarchie che avrebbero abbandonato il "Reparto" al loro destino.
La verità è che nella Diaz non c'è stata nessuna colluttazione, non fu trovato nessun passamontagna, nessun bastone, nessuna catena, nessun maglio spaccapietre (come accreditò una sua relazione di servizio). La verità è che nessuno dei picchiatori di Canterini fu ferito (anche questo giurò) e i referti medici furono tutti manipolati.
Questa non è la lettera di un poliziotto, ovvero di un funzionario che ha il compito di difendere la legalità, che vede nel cittadino una persona da tutelare, che mantiene il giusto distacco e si pone al di sopra delle parti. Questa è la lettera di un combattente che si è scelto un nemico e lo deve annientare. Così Canterini si rivolge ai suoi, non come un comandante legittimato dal suo mandato, ma come un guerrigliero, anzi, visto il riferimento al cameratismo, diciamo pure un gerarca.
Rivendicando con arroganza la violenza indiscriminata.
alla prossima, ilbaglio
L'intento di Manganelli è nobile, ma credo che sarà difficile finché nella Polizia esisteranno e lavoreranno persone come Vincenzo Canterini. L'ex-comandante del VII reparto mobile della Celere, quelli che di fatto sono entrati e hanno pestato, insultato, ferito 83 persone, mandandone in coma 3 nell'irruzione alla Diaz. Adesso è funzionario per l'INTERPOL in Romania, ovviamente promosso, ma allontanato, dopo i fatti di Genova.
Anche Canterini ha scritto una lettera ai suoi 'ragazzi', che rende bene quale sia il clima e la mentalità all'interno di certi reparti delle FdO, specialmente quelli deputati all'ordine pubblico.
"Cari ragazzi del VII Nucleo,
l'anno 1999 fu un anno importante per il Reparto Mobile di Roma, infatti unitamente ai normali, gravosi e spesso pericolosi compiti che normalmente svolgevamo in ambito di Ordine Pubblico, ricevemmo l'importante incarico di prepararci per l'impegnativo appuntamento del G8 che si sarebbe tenuto a Genova.
Ricevemmo un incarico similare per quanto riguardava tutti gli altri Reparti del Paese che a scaglioni vennero da noi e si addestrarono con il nostro stesso entusiasmo. Ricorderete senza dubbio l'atmosfera di quei giorni, si lavorava duramente e in amicizia, eravamo un gruppo ( seppur numeroso ) estremamente sereno ed unito. Chi scrive aveva spesso l'orgoglio di mostrare a tutti coloro che venivano al Reparto il grado di addestramento che avevamo raggiunto ed i progressi che stavamo facendo.
In effetti, se ben ricorderete, eravamo consapevoli di quanto era importante quello che ci era stato ordinato di fare, perchè, nella nostra esperienza e nella nostra convinzione, sapevamo benissimo che poliziotti addestrati e mentalmente preparati sarebbero stati una garanzia soprattutto per la corretta difesa dei cittadini oltre che per la nostra incolumità.
Arrivati a Genova ci siamo messi a fare servizio nelle condizioni di disagio e di pericolo che ci aspettavamo. Abbiamo avuto i nostri feriti, i nostri ustionati e, seguendo quasi un istinto che forse trascendeva dal semplice Dovere Istituzionale, abbiamo buttato il cuore oltre l'ostacolo profondendo il nostro corpo e le nostre energie nel contrasto ad individui mascherati, violenti ed organizzati, quanto e forse meglio di noi.
Dopo 18 ore di servizio siamo stati richiamati di nuovo all'opera e ci è stato ordinato di entrare in piena notte, in un edificio che non conoscevamo, dicendoci che probabilmente vi avremmo trovato occupanti pericolosi ed armati.
Io e voi sappiamo benissimo quello che è successo, ci siamo guardati più volte negli occhi; e guardandoci abbiamo capito quanto fosse alta la nostra professionalità e quanto il CAMERATISMO e la dignità di ognuno di noi si riflettesse nello sguardo di tutti gli altri.
Abbiamo perso una battaglia; ma quante volte ci siamo sentiti umiliati e forse traditi, quante volte chi ci aggrediva pensava di averci sopraffatto e poi si accorgeva che invece eravamo vivi e fieri di essere noi; quante volte abbiamo fatto in modo, anche se feriti nel corpo e nell'animo di dimostrare loro che i perdenti non eravamo noi, ma loro, che pensavano con la violenza ed il sopruso di poterci definitivamente sovrastare. Lasciamo tutte queste persone nei loro passamontagna e con i loro bastoni, diamogli l'illusione di aver vinto e FACCIAMOGLI VEDERE che alla lunga saremo noi a vincere e potremo guardare loro negli occhi non con odio, ma con la serena consapevolezza della nostra innocenza.
Coraggio ragazzi, il vostro Comandante vi è vicino ed ancora indossa il casco e impugna il manganello insieme a voi. Ancora non ci hanno messo a terra."
A mio modo di vedere, questa lettera ripropone l'atteggiamento e le menzogne potate avanti in questi anni: rivendica uno spirito di copro omertoso, è un avvertimento alle gerarchie che avrebbero abbandonato il "Reparto" al loro destino.
La verità è che nella Diaz non c'è stata nessuna colluttazione, non fu trovato nessun passamontagna, nessun bastone, nessuna catena, nessun maglio spaccapietre (come accreditò una sua relazione di servizio). La verità è che nessuno dei picchiatori di Canterini fu ferito (anche questo giurò) e i referti medici furono tutti manipolati.
Questa non è la lettera di un poliziotto, ovvero di un funzionario che ha il compito di difendere la legalità, che vede nel cittadino una persona da tutelare, che mantiene il giusto distacco e si pone al di sopra delle parti. Questa è la lettera di un combattente che si è scelto un nemico e lo deve annientare. Così Canterini si rivolge ai suoi, non come un comandante legittimato dal suo mandato, ma come un guerrigliero, anzi, visto il riferimento al cameratismo, diciamo pure un gerarca.
Rivendicando con arroganza la violenza indiscriminata.
alla prossima, ilbaglio




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